Ciao!
Dalle aule scolastiche al mondo digitale, la tutela dei più giovani resta un tema caldissimo. In questo numero parliamo di un'aggressione finita sui giornali, delle reti online che ricattano gli adolescenti e delle nuove regole europee per la sicurezza delle piattaforme. Infine, il caso Me contro Te: scatta il ricorso sulle pratiche commerciali rivolte ai bambini.
Quattro notizie molto diverse ci riportano alla stessa domanda: chi si prende cura delle giovani generazioni negli spazi che abitano, dentro e fuori dallo schermo?
Il tema è ancora una volta la responsabilità: delle figure adulte, delle istituzioni, delle piattaforme e di chi crea contenuti per l’infanzia. Perché non basta cercare un colpevole quando qualcosa accade. Bisogna esserci prima.
Buona lettura!
Uno spray, un coltello e chissà quali emozioni
Nei giorni scorsi, in una scuola media di Roma,
un ragazzo di tredici anni ha aggredito la sua insegnante con spray urticante e un coltello. La docente è stata ferita; un compagno è intervenuto per fermarlo. Ci ricorda
un episodio simile accaduto a Bergamo nel mese di marzo.
Siamo senza parole. Come quando qualcosa si spezza proprio nel luogo in cui dovremmo sentirci più al sicuro. Fa male pensare alla docente ferita, a compagni e compagne che hanno visto tutto e a un ragazzo di tredici anni arrivato a compiere un gesto così grave.
Gli investigatori stanno analizzando il suo telefono. Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo aveva anche avviato una diretta su Telegram. È giusto verificare se qualcuno possa averlo incoraggiato, ma cercare una responsabilità online non significa aver già trovato tutta la spiegazione.
In queste ore è stata usata un’espressione inquietante:
nichilismo violento digitale. Si parla di ambienti online in cui la violenza diventa spettacolo, sfida e prova di appartenenza. Sulla maglietta del ragazzo c’era inoltre la sigla
TMD, “Total Muslim Death”: uno slogan d’odio diffuso nei contesti suprematisti online. L’acronimo da solo non dimostra l’appartenenza a un gruppo, ma segnala un possibile percorso di radicalizzazione.
Non è una diagnosi già accertata di questo caso, ma una chiave di lettura che aiuta a riconoscere fenomeni reali. Saranno le indagini a dirci se chat, contatti o gruppi online abbiano avuto un ruolo.
Il Ministro Valditara, ha espresso vicinanza alla professoressa e a tutta la comunità scolastica richiamando l’attenzione delle famiglie, l’educazione al rispetto, i limiti di età per i social e, dove necessario, i metal detector. Sono temi di cui discutere. Ma un gesto così grave non nasce da una sola causa e non si previene con una sola risposta.
Il digitale non inventa da solo la violenza. Può però offrirle un pubblico, un linguaggio, modelli da imitare e persone pronte a incoraggiarla. Dire soltanto che è colpa dei social rischia di trasformare un problema complesso in uno slogan e di assolvere tutti gli altri.
Ma non vogliamo stare in silenzio. C’è un dannato bisogno di parlarne con gli studenti in classe e con i figli a tavola. Non facciamo finta di niente. Chiediamo: “Che cosa ne pensi? Da dove può arrivare tanta rabbia?”. E poi diamo loro ascolto e, come suggerisce Matteo Lancini, legittimiamo le loro emozioni.
Tutto questo non attenua di un millimetro la responsabilità. Ci ricorda, però, che per crescere un ragazzo serve un villaggio. E che la prevenzione comincia quando sappiamo vedere, ascoltare e farci presenti.
The Com e 764: quando il ricatto diventa potere
Un’amicizia nata online si trasforma in una confidenza e nel desiderio di sentirsi parte di un gruppo. Ma poi il tutto si trasforma in richieste, minacce e ricatto. È così che i più giovani possono cadere nella trappola di The Com, una rete internazionale di gruppi digitali. 764 è una delle sigle più conosciute.
Una nuova inchiesta di Sky News in Inghilterra racconta il fenomeno attraverso le testimonianze di sopravvissuti, famiglie e investigatori. Il contatto può iniziare sui social, nelle chat o sulle piattaforme di gioco. Chi sta dall’altra parte conquista la fiducia dei minori e poi usa immagini, confidenze e paura per costringerli a produrre materiale sessualmente esplicito, compiere gesti di autolesionismo o esercitare violenza. La sofferenza diventa contenuto e, dentro il gruppo, uno strumento per ottenere potere e riconoscimento.
Non sappiamo e non possiamo dire che questa rete abbia un legame con il caso di Roma. Affiancare le due notizie ci aiuta però a evitare due errori opposti: dare tutta la colpa al digitale oppure ignorare ciò che il digitale può amplificare.
La questione non è soltanto quanto tempo si trascorre online, ma che cosa può accadere nelle relazioni che si costruiscono e negli ambienti che si frequentano. Riconoscere i meccanismi della manipolazione, costruire rapporti di fiducia con gli adulti e pretendere piattaforme più sicure sono tre parti della stessa sfida.
Dall’UE nuove regole per i social under 15
Vedere, ascoltare e farci presenti anche negli spazi digitali: è qui che interviene la proposta europea dell’EU Kids Act.
Niente account social sotto i tredici anni; tra i tredici e i quattordici profili gestiti da persone adulte, con funzioni limitate e un’ora massima al giorno; dai quindici anni account autonomi. Ma la parte più interessante riguarda le piattaforme.
Scroll infinito, notifiche notturne, contatti indesiderati e meccanismi che spingono a rimanere connessi o a spendere non sono inevitabili: sono scelte di progettazione.