Ciao!
Hai presente la sera, prima di andare a dormire, quando prendi in mano il telefono per un attimo e improvvisamente è passata quasi un’ora? Ormai sappiamo che non succede per una questione di abitudine, ma che ad intervenire è
il design stesso delle grandi piattaforme social, progettate per trattenere il più a lungo possibile gli utenti con i loro contenuti.
Ma se per anni, soprattutto in relazione al delicato rapporto tra minori e social, la conversazione ha continuato ad oscillare tra proposte di divieto basate sull’età degli utenti e un continuo rimbalzo di responsabilità tra le parti coinvolte, adesso qualcosa sta cambiando.
L’Unione Europea è finalmente intervenuta.
La Commissione ha infatti contestato a Meta il design di Facebook e Instagram, sostenendo che strumenti come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, le notifiche continue e le raccomandazioni personalizzate possano favorire un uso compulsivo, soprattutto tra i minori. In aggiunta all’annuncio dell’intenzione di
introdurre un accesso graduale ai social in base all’età, prevedendo per le persone più giovani limiti di tempo e supervisione adulta, quindi, arriva per la prima volta un cambio di prospettiva che riconosce come
il modo in cui utilizziamo i social non dipende soltanto dalla nostra capacità di darci delle regole, ma anche da come quegli ambienti sono progettati e dai comportamenti che incoraggiano.
Famiglie, scuola, istituzioni e utenti continuano ad avere un ruolo fondamentale, ma è importante riconoscere (come sta succedendo) che non tutte le responsabilità hanno lo stesso peso. Le piattaforme decidono come funzionano gli spazi digitali, quali contenuti privilegiare, quali comportamenti incentivare e quali meccanismi rendere sempre più difficili da interrompere.
Per questo, proteggere chi abita quegli spazi, persone adulte incluse, non significa soltanto stabilire a quale età vi si possa accedere. Significa chiedere che gli ambienti digitali siano progettati tenendo conto di diritti e benessere, e riconoscere che chi ne disegna la struttura ha una responsabilità proporzionale al potere che esercita su milioni di persone ogni giorno.
Cosa ricorderemo di questi Mondiali di calcio?
Ma cosa ricordiamo, invece, degli ultimi Mondiali di calcio femminile? Se non sai come rispondere, è normale. Ed è un problema che non riguarda l’interesse del pubblico, ma lo spazio concesso a uno sport per diventare memorabile. Come sostenuto da
Sara Gama, ex capitana della nazionale e oggi vicepresidente dell’Associazione Italiana Calciatori,
il calcio femminile non ha un problema di pubblico, ma di opportunità. Quando viene trasmesso, viene seguito.
Per entrare davvero nell’immaginario collettivo servono continuità, investimenti e un racconto capace di dare alle atlete la stessa profondità riservata ai colleghi.
Oggi la Spagna è contemporaneamente campione del mondo maschile e femminile. Eppure una vittoria è già diventata un racconto collettivo, mentre dell'altra molte persone faticano persino a ricordare la finale. Il problema, allora, non è il talento delle atlete né l'interesse del pubblico, ma il modo in cui decidiamo quali storie meritino di essere raccontate.
L’ossessione per la Gen Z
Anche tu hai la sensazione che ogni settimana la Gen Z distrugga, crei o riscopra qualcosa? Sembra che le persone nate tra il 1997 e il 2012 siano costantemente sotto i riflettori di testate, magazine e feed social. Ogni giorno escono decine di articoli che passano le loro vite sotto una lente di ingrandimento: cosa comprano, come spendono, come si comportano, quali abitudini hanno rispolverato. Non è una novità degli ultimi mesi ma un trend narrativo che va avanti da anni e che sembra trasformare questa generazione in un’ossessione collettiva, come fossero l’unica fetta di popolazione che merita attenzione.
Come spiega il The Guardian la Gen Z è la generazione in assoluto più monitorata e analizzata nella storia.