La squalifica del giornalismo | Parole O_Stili
Pila di quotidiani vista molto da vicino.

La squalifica del giornalismo

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16/02/26

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Ciao!
Settimana intensa, vero?
Abbiamo messo insieme alcune delle notizie che ci hanno colpito di più.
Buona lettura!

La squalifica del giornalismo

Le Olimpiadi si misurano in medaglie, ma anche in parole. Le parole scelte dai media contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo, a orientare lo sguardo, a definire ciò che consideriamo normale. E quest’anno, a finire sotto osservazione, non sono stati solo gli atleti e le atlete in gara, ma proprio le modalità con cui il giornalismo ha scelto di raccontarli.
I giornalisti di Rai Sport hanno annunciato il ritiro delle firme dalle telecronache e dai servizi olimpici fino al termine dei Giochi, in segno di protesta contro la direzione di Paolo Petrecca dopo una cerimonia di apertura segnata da imprecisioni e gaffe. Nel comunicato si parla di danno all’immagine professionale e di una gestione editoriale inadeguata. Una vicenda che riporta al centro un tema spesso invisibile ma fondamentale: la qualità dell’informazione come responsabilità, editoriale e non solo.
Le gaffe di Petrecca, arrivate persino sul New York Times e sul Washington Post, non sono state le uniche in cui il giornalismo italiano (ma non solo) è incappato in questi giorni. Ha fatto discutere il caso di Jutta Leerdam, la pattinatrice olandese che ha conquistato l’oro nei 1000 metri di speed skating, firmando un nuovo record olimpico. Ma Leerdam è anche la compagna di Jake Paul, pugile e youtuber statunitense, e inmolti l’hanno citata prima per questa relazione che per il record stabilito. Altri si sono concentrati sul suo aspetto fisico, sulla zip della tuta abbassata durante i festeggiamenti, sul trucco sciolto dalle lacrime. Maurizio Crosetti, ad esempio, l’ha descritta su Repubblica come una “dolce Venere di rimmel” e “una Chiara Ferragni senza pandoro”.
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Non è un caso isolato. Lo abbiamo già visto con Lindsey Vonn e le reazioni alla sua decisione di competere infortunata, chiedendoci se i giudizi sarebbero stati così severi se fosse stata un uomo. Sono modalità di racconto che cambiano a seconda del genere del soggetto e che diventano ancora più chiare quando le protagoniste sono anche madri.
Francesca Lollobrigida, ad esempio: due medaglie d’oro e negli articoli che raccontano le sue vittorie si leggono espressioni come “mamma olimpica”, “mamma volante”, “mamma d’oro”. Parallelamente, però, quando si parla del collega Davide Ghiotto ecco che il focus va sui suoi record, la preparazione, il calendario gare e persino la passione per la musica metal. Nessuno parla di lui come un “papà atleta”, nonostante abbia rilasciato interviste con il figlio in braccio.
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Nell’ultimo numero di ThePeriod, Corinna De Cesare mette a fuoco un punto semplice e scomodo: quando una campionessa viene raccontata prima come madre o come corpo e solo dopo come atleta, non siamo davanti a un dettaglio stilistico. È una scelta culturale. È il segno di uno sguardo che fatica a restare sull’impresa e scivola, quasi automaticamente, dentro categorie già pronte.
Ecco perché il racconto conta. Perché tra una medaglia descritta come risultato di talento e preparazione e una medaglia trasformata in ornamento c’è una differenza sostanziale. Se lo sport si gioca sul campo, la cultura si gioca nelle parole. E su quel terreno la responsabilità è reale.

Storia di un trend che non voleva essere un trend

Cosa succede quando un commento attira più attenzione del contenuto sotto il quale viene pubblicato? Tamara lo ha scoperto per caso, inserendosi all’interno di una conversazione sui buoni propositi di inizio anno e condividendo il suo: raccogliere 365 bottoni, uno per ogni giorno dell’anno, e utilizzarli come promemoria per vivere il tempo con più consapevolezza. Un gesto personale, nato come proposito individuale, che ha suscitato però curiosità immediate: perché proprio bottoni? Come usarli? Puoi spiegare meglio?
Quella che per Tamara era un’iniziativa personale è stata rapidamente trasformata in qualcosa da interpretare e trasformare in un format replicabile. E quando ha chiarito che quei bottoni dovevano avere senso solamente per lei, il suo rifiuto di spiegare è diventato a sua volta virale.
Abitare gli spazi digitali significa essere familiari con il pensiero che tutto ciò che viene condiviso debba necessariamente essere spiegato, reso comprensibile e, possibilmente, riproducibile. Gli algoritmi si nutrono di contenuti replicati. Il cortocircuito si verifica quando si incappa in qualcosa che, come il commento di Tamara, non vuole essere un contenuto e rende evidenteun confine che esiste, ma che spesso viene ignorato: il diritto a non trasformare ogni parola in una performance.

La visibilità è un rischio?

Pascal Kaiser ha 27 anni, è un arbitro amatoriale tedesco e, qualche giorno fa, prima dell’inizio della partita di Bundesliga tra Colonia e Wolfsburg, si è inginocchiato davanti a circa 50mila persone per chiedere al compagno di sposarlo. La scena, avvenuta durante il Diversity Matchday, è stata accolta con applausi e rilanciata sui social come un segno di inclusione.
Pochi giorni dopo, però, Kaiser è stato aggredito sotto casa da tre uomini che lo avrebbero aspettato in giardino. L’aggressione, su cui indaga la polizia, è stata da lui collegata proprio alla visibilità di quella proposta.
Il fatto è gravissimo. E interroga tutti: se un gesto d’amore, mostrato pubblicamente, può trasformarsi in un bersaglio, il problema si limita davvero al contesto in cui avviene o riguarda il clima culturale che lo circonda? La visibilità non dovrebbe essere un atto di esposizione al rischio: quando dichiarare il proprio amore verso una persona diventa causa di aggressione, la responsabilità non è solo di chi compie la violenza. È condivisa e riguarda tutti e tutte noi.

Nodi (giuridici) forse al pettine

Negli Stati Uniti sono stati avviati più di 2.300 procedimenti contro Meta, Google, TikTok e Snapchat da parte di genitori, distretti scolastici e procuratori generali negli Stati Uniti. Tutti condividono la stessa accusa: l’idea che le piattaforme abbiano contribuito a danneggiare la salute mentale dei più giovani. Anche il New Mexico ha fatto causa a Meta, accusandola di aver esposto bambini e adolescenti a contenuti dannosi sulle proprie piattaforme.
Il nodo giuridico non solo non è nuovo, ma continua a rimanere estremamente rilevante: la discussione non riguarda la qualità dei contenuti pubblicati dagli utenti e i messaggi veicolati, ma il design stesso delle piattaforme, delle logiche che regolano notifiche, raccomandazioni e permanenza online, e se questo è effettivamente progettato per creare dipendenza.
Al di là delle sentenze, una cosa appare chiara: le piattaforme non sono ambienti neutri. Sono spazi progettati, con regole e incentivi precisi. E comprenderne il funzionamento è il primo passo per abitarli con maggiore consapevolezza. Perché prima ancora delle cause in tribunale, la questione riguarda il modo in cui scegliamo di stare online.
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Notizie, spunti, iniziative e trend: scelti e raccontati con attenzione, per te.
🎧 3 Fattori, il podcast di Mariangela Pira, adesso è anche un vodcast.
🏒 Tutti pazzi per l’hockey, e il merito è di Heated Rivarly.
🌦️ Hai mai sentito parlare di stratwarming?
🚶‍♂️ E se i maranza fossero un prodotto del gap generazionale?

Segnalazioni belle

Il 17 febbraio 2017 nasceva il Manifesto della comunicazione non ostile. Nove anni dopo, quei dieci principi continuano a camminare nelle scuole, nelle aziende, nelle istituzioni e nelle comunità, trasformandosi in pratiche quotidiane e strumenti concreti per abitare le parole con più consapevolezza. Il suo compleanno è anche un promemoria: le parole hanno un peso, costruiscono relazioni, definiscono spazi. E scegliere come usarle resta un gesto non sempre semplice, ma fondamentale.
Buon compleanno! 🎉

Appuntamenti

19 febbraio
Ore 18:00 | Rosy Russo terrà un incontro di formazione dedicato ai docenti delle scuole secondarie di primo grado all’interno del progetto “Piccolo dizionario immaginario delle ragazze e dei ragazzi” di Pordenonelegge, per riflettere sul potere delle parole nella relazione educativa. Un’occasione per riportare al centro la responsabilità adulta e il valore del Manifesto nella vita di classe.
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