Nell’ultimo numero di ThePeriod, Corinna De Cesare mette a fuoco un punto semplice e scomodo:
quando una campionessa viene raccontata prima come madre o come corpo e solo dopo come atleta, non siamo davanti a un dettaglio stilistico. È una scelta culturale. È il segno di uno sguardo che fatica a restare sull’impresa e scivola, quasi automaticamente, dentro categorie già pronte.
Ecco perché il racconto conta. Perché tra una medaglia descritta come risultato di talento e preparazione e una medaglia trasformata in ornamento c’è una differenza sostanziale. Se lo sport si gioca sul campo, la cultura si gioca nelle parole. E su quel terreno la responsabilità è reale.
Storia di un trend che non voleva essere un trend
Cosa succede quando un commento attira più attenzione del contenuto sotto il quale viene pubblicato? Tamara lo ha scoperto per caso, inserendosi all’interno di una conversazione sui buoni propositi di inizio anno e condividendo il suo:
raccogliere 365 bottoni, uno per ogni giorno dell’anno, e utilizzarli come promemoria per vivere il tempo con più consapevolezza. Un gesto personale, nato come proposito individuale, che ha suscitato però curiosità immediate: perché proprio bottoni? Come usarli? Puoi spiegare meglio?
Quella che per Tamara era un’iniziativa personale è stata rapidamente trasformata in qualcosa da interpretare e trasformare in un format replicabile. E quando ha chiarito che quei bottoni dovevano avere senso solamente per lei, il suo rifiuto di spiegare è diventato a sua volta virale.
Abitare gli spazi digitali significa essere familiari con il pensiero che tutto ciò che viene condiviso debba necessariamente essere spiegato, reso comprensibile e, possibilmente, riproducibile. Gli algoritmi si nutrono di contenuti replicati. Il cortocircuito si verifica quando si incappa in qualcosa che, come il commento di Tamara, non vuole essere un contenuto e rende evidenteun confine che esiste, ma che spesso viene ignorato: il diritto a non trasformare ogni parola in una performance.
La visibilità è un rischio?
Pascal Kaiser ha 27 anni, è un arbitro amatoriale tedesco e, qualche giorno fa, prima dell’inizio della partita di Bundesliga tra Colonia e Wolfsburg,
si è inginocchiato davanti a circa 50mila persone per chiedere al compagno di sposarlo. La scena, avvenuta durante il Diversity Matchday, è stata accolta con applausi e rilanciata sui social come un segno di inclusione.
Pochi giorni dopo, però, Kaiser è stato aggredito sotto casa da tre uomini che lo avrebbero aspettato in giardino. L’aggressione, su cui indaga la polizia, è stata da lui collegata proprio alla visibilità di quella proposta.
Il fatto è gravissimo. E interroga tutti: se un gesto d’amore, mostrato pubblicamente, può trasformarsi in un bersaglio, il problema si limita davvero al contesto in cui avviene o riguarda il clima culturale che lo circonda? La visibilità non dovrebbe essere un atto di esposizione al rischio: quando dichiarare il proprio amore verso una persona diventa causa di aggressione, la responsabilità non è solo di chi compie la violenza. È condivisa e riguarda tutti e tutte noi.
Nodi (giuridici) forse al pettine
Negli Stati Uniti sono stati avviati più di 2.300 procedimenti contro Meta, Google, TikTok e Snapchat da parte di genitori, distretti scolastici e procuratori generali negli Stati Uniti. Tutti condividono la stessa accusa: l’idea che le piattaforme abbiano contribuito a danneggiare la salute mentale dei più giovani. Anche il New Mexico ha fatto causa a Meta, accusandola di aver esposto bambini e adolescenti a contenuti dannosi sulle proprie piattaforme.
Il nodo giuridico non solo non è nuovo, ma continua a rimanere estremamente rilevante: la discussione non riguarda la qualità dei contenuti pubblicati dagli utenti e i messaggi veicolati, ma il design stesso delle piattaforme, delle logiche che regolano notifiche, raccomandazioni e permanenza online, e se questo è effettivamente progettato per creare dipendenza.
Al di là delle sentenze, una cosa appare chiara: le piattaforme non sono ambienti neutri. Sono spazi progettati, con regole e incentivi precisi. E comprenderne il funzionamento è il primo passo per abitarli con maggiore consapevolezza. Perché prima ancora delle cause in tribunale, la questione riguarda il modo in cui scegliamo di stare online.