Ciao!
Il 25 marzo un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua insegnante di francese all’esterno di una scuola media in provincia di Bergamo, ferendola gravemente. Ha pianificato il gesto,
lo ha comunicato e ha ripreso in diretta su Telegram e si è presentato in classe con una maglietta con su scritto "vendetta".
Chiara Mocchi, questo il nome della professoressa, oggi è fuori pericolo.
Dal letto dell'ospedale ha scritto una lettera ai suoi studenti e alle sue studentesse: “non porto rabbia né paura nel cuore”, ha raccontato, e vuole tornare in classe. Soprattutto tra chi fa più fatica, "come forse quello che mi ha colpito, che nel profondo non saprà neanche perché".
Parole su cui abbiamo ritenuto importante soffermarci. Perché in mezzo a tutto il rumore che ha circondato questa vicenda, tra analisi, reazioni politiche e il dibattito che ha acceso i social, la voce di Chiara Mocchi ha scelto di allontanarsi dalla punizione e dalla repressione, per abbracciare la relazione. La scuola come luogo in cui si torna, anche dopo.
Questo non significa minimizzare quello che è successo. Significa provare a guardare oltre, senza fermarsi alla superficie di un gesto che fa paura e che, proprio per questo, rischia di essere letto solo come emergenza da gestire piuttosto che come segnale da comprendere.
Per farlo abbiamo chiesto aiuto a
Stefano Rossi, psicopedagogista nonché uno dei massimi esperti di adolescenza in Italia, che puoi trovare in libreria con una ricca selezione di titoli. Tra questi,
Genitori in ansia, edito da Feltrinelli. Un titolo che accompagna i genitori nell’esplorazione del proprio mondo interiore, in un percorso di consapevolezza per diventare le guide adulte, autentiche, sicure e riflessive di cui figli e figlie hanno davvero bisogno. Gli abbiamo fatto tre domande: la prima risposta la lasciamo qui, le altre le trovi sul nostro sito.
Quando succede qualcosa come quello che è accaduto a Trescore Balneario la reazione più immediata è sempre quella punitiva: più severità, più controllo, più espulsioni. Dal tuo punto di vista, è davvero questa la soluzione?
Quando accadono vicende come quella di Bergamo, effettivamente la punizione viene spesso invocata. Ma spesso chi invoca la punizione, la invoca da un punto di vista reattivo. È più una rivalsa e, paradossalmente, sembrerebbe quasi una vendetta contro un adolescente che a scuola ha fatto quello che ha fatto nel segno della vendetta.
Ora, la verità è che gli adolescenti in generale hanno comportamenti auto o eterodistruttivi, cioè fanno male agli altri o fanno male a se stessi, tutte le volte che non riescono a tenere a mente le loro emozioni. Quando le emozioni diventano incontenibili, quando l'adolescente non riesce a pensarle sentendo l'impatto che potrebbero avere sull'altro, ecco che allora il corpo diventa un'arma. Questo significa però che l'unica vera prevenzione possibile è l'educazione emotiva. Perché, la logica della punizione non alimenta nessuna forma di prevenzione, non dà gli strumenti agli adolescenti per capire come funziona la propria mente e come funziona la mente degli altri.