Ciao!
Siamo così stanchi delle brutte notizie che stiamo iniziando a trovarle normali.
Lunedì scorso abbiamo riflettuto su questo: sul senso di impotenza che proviamo e su come ormai accettiamo che fatti tragici e contenuti leggeri convivano senza distinzione.
Negli ultimi giorni questa sensazione si è fatta ancora più evidente. Mentre in Iran continua l’escalation militare,
l’account Instagram ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato un video degli attacchi accompagnato dalla Macarena. E se è vero che in questi giorni i social si sono riempiti di meme, ironie e contenuti che trattano la guerra con il linguaggio rapido della piattaforma, vedere una delle istituzioni più potenti al mondo usare gli stessi registri per raccontare le azioni militari di cui è responsabile, oltre che protagonista, apre inevitabilmente un altro livello di riflessione.
Perché qui non si tratta soltanto di cattivo gusto: quando un governo sceglie di raccontare bombardamenti e operazioni militari con il codice dell’intrattenimento, sta trasformando la violenza in un contenuto da far circolare, come a volerlo rendere digeribile. E lo stesso disagio lo producono anche altri contenuti istituzionali,
come quelli diffusi dall’esercito israeliano, dove il linguaggio visivo e narrativo sembra sempre più spesso costruito per aumentare la distanza emotiva tra chi guarda e ciò che accade.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti del presente: scherzare sulla guerra sta diventando una pratica comunicativa sempre più frequente anche da parte di chi quella guerra la decide, la guida o la legittima. Con conseguenze che, purtroppo, scopriremo direttamente sulla nostra pelle.
Il presente nei numeri, il futuro nelle idee
La settimana scorsa è stato pubblicato il
Rendiconto di genere dell’INPS e
la fotografia che questo documento ci restituisce è tutto tranne che positiva. Il report infatti mette in luce come nel nostro Paese il mondo del lavoro sia segnato da pesanti squilibri di genere, con un tasso di occupazione femminile fermo al 53,3%, quasi diciotto punti sotto quello maschile, il divario salariale che supera il 25% e le pensioni femminili fino al 46% più basse.
Dietro questi numeri ci sono storie di carriere discontinue, una maggiore esposizione alla precarietà e un carico di cura che continua ancora a ricadere soprattutto sulle donne, con conseguenze concrete sulla loro vita e carriera professionale.
Sono dati che parlano al presente, ma che diventano ancora più significativi se letti in una prospettiva futura, affiancandoli ad una ricerca realizzata da Ipsos per il King's College London e ripresa dal The Guardian. Secondo questo studio, infatti,
i ragazzi che appartengono alla GenZ sono più maschilisti e patriarcali di quanto non lo siano i loro padri.
Un terzo dei ragazzi intervistati, tutti nati tra il 1997 e il 2012,
pensa che, nelle decisioni importanti di famiglia,
l’ultima parola debba spettare al marito. Più del doppio rispetto ai baby boomer, tra cui questa convinzione riguarda appena il 13%.
Il 24% ritiene inoltre che una donna non dovrebbe essere troppo indipendente, mentre
il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe prendere l’iniziativa in campo sessuale.
Fa riflettere, vero? Anche perché nell’immaginario comune le nuove generazioni sono spesso associate a maggiore apertura e a una mentalità più progressista. E non a torto, visto che su molti temi i dati lo confermano: dall’attenzione per la salute mentale al rapporto tra vita privata e lavoro. Proprio per questo colpisce ancora di più lo scarto che emerge qui, dove riaffiorano visioni molto tradizionali dei ruoli di genere. Un tema che resta delicato anche nel dibattito pubblico: basti pensare alla
recente bocciatura in Parlamento della proposta di congedo parentale paritario, che avrebbe equiparato i mesi di congedo per madri e padri.
Se chi oggi cresce dentro un mondo che discute apertamente di parità continua ad assorbire modelli così rigidi e vecchi, significa che il cambiamento richiede un investimento educativo ancora più consapevole. Perché le idee con cui le nuove generazioni imparano a leggere le relazioni e il mondo non restano astratte, ma si traducono in cultura, lavoro, linguaggio e scelte collettive. E se non vengono messe in discussione, rischiano di trasformare il futuro in una semplice prosecuzione delle stesse disuguaglianze che oggi continuiamo a misurare.
Parole che curano, in tutta Europa
Il 4 marzo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, abbiamo lanciato insieme a Lilly Italia, con il patrocinio di Associazione Amici Obesi, la seconda tappa di un percorso iniziato lo scorso anno con il glossario “Non c’è forma più corretta”.
Premiato con il riconoscimento nella Categoria Awareness del premio “Patient Engagement Award” promosso da Helaglobe,
il progetto oggi si allarga e attraversa i confini nazionali con tre traduzioni già disponibili e altre presto in arrivo. Un passaggio importante, per continuare a promuovere la decostruzione degli stereotipi su questa patologia cronica complessa e il rispetto verso chi ci convive ogni giorno, scegliendo parole capaci di riconoscere complessità, dignità e diritto alla cura.