Etichette diverse, stessa dinamica: dare un nome a qualcosa significa renderlo riconoscibile, condivisibile e, in qualche misura, gestibile. Nell'attuale economia dell'attenzione, anche un gesto ordinario può diventare notiziabile quando gli viene assegnato il nome giusto. Le piattaforme devono alimentare le conversazioni, le redazioni trovare nuove storie, i brand intercettare nuovi desideri. In questo meccanismo, una parola rende un comportamento ricercabile e condivisibile, e può far apparire come fenomeno collettivo qualcosa che, fino a quel momento, riguardava soltanto poche persone. Non sempre il trend precede la notizia: a volte è la notizia a dargli consistenza.
Questo accade spesso quando si parla di Gen Z, diventata una sorta di personaggio collettivo a cui attribuire ogni settimana una nuova abitudine, passione o ossessione. Dire che qualcosa è “un trend della Gen Z” suggerisce che sia diffuso e rappresentativo, anche quando le prove si limitano a pochi contenuti molto visibili.
Forse anche dieci anni fa c’erano persone che amavano guardare film horror in agosto e altre con abitudini bizzarre in una relazione. Oggi abbiamo il Summerween e le beige flag. Più che i nostri comportamenti, è cambiata soprattutto la macchina che li osserva, li nomina e li trasforma in contenuto. Lo fa con parole che non si limitano a raccontare ciò che accade, ma gli danno forma, ne suggeriscono la portata e, qualche volta, contribuiscono persino a farlo diventare un fenomeno. O un trend…!
Indovina chi: versione responsabilità
È di questi giorni la notizia dell’
esistenza di un gruppo Facebook, con quasi 55 mila persone iscritte, dal nome “Meglio una di meno che una femminista di troppo”. Come si suol dire: un nome, un programma. In questo spazio la violenza viene normalizzata e trattata al pari di un’opinione, semplificando questioni estremamente complesse. Ma c’è di più: Meta non considera questa narrazione motivo sufficiente per la rimozione del gruppo. In risposta alle segnalazioni ricevute, infatti, Facebook ha decretato che
il gruppo non vìola gli standard della community e ha suggerito come soluzione di smettere di seguire o bloccare la pagina. Anziché approfondire la questione alla radice, si lascia al singolo la responsabilità di difendersi e questo significa
diminuire la portata di un problema sistemico, scaricando l’onere sull’utente.
È uno sfortunato gioco di specchi: le piattaforme delegano il controllo alle famiglie, i genitori chiedono tutele alle istituzioni e la politica risponde con divieti o protocolli di difficile attuazione. E ancora una volta, si sceglie di ignorare le mancanze strutturali ben più ampie e di trasformare la responsabilità in una patata bollente, anziché nel terreno condiviso che dovrebbe essere.
Questa retorica della delega, fatta di soluzioni individuali a problemi collettivi, si inserisce, purtroppo,
all’interno di un vuoto educativo e politico ben più ampio che riguarda tutta Europa. Tra chi propone brochure per risolvere un problema digitale, chi ne fotografa la situazione attraverso i dati e chi scarica la responsabilità,
si rischia di perdere di vista il centro del problema. E così la tendenza a delegare frena la nascita di soluzioni d’impatto. Di questo passo, persino
i grandi quadri istituzionali come il recente State of the Digital Decade 2026, pur offrendo una documentazione lucida dei divari digitali, rischiano di rimanere solo un elenco di dati che fatica a tradurre le intenzioni in tutele concrete.
La verità è che nessuna regolamentazione tecnica o divieto calato dall’alto funzioneranno se a mancare è un’educazione sistematica. Per comprendere le criticità della rete e abitarle in modo sicuro serve un’alleanza sociale e culturale che non cerchi scappatoie, ma che costruisca, insieme, una reale consapevolezza condivisa.
Potresti aver già sentito questa espressione perché deriva da un famoso brand americano che produce erba sintetica, AstroTurf appunto.