Abitare la rabbia senza bruciarsi
La rabbia è un’emozione forte: ci può mettere in difficoltà, spaventare, destabilizzare. È anche molto presente nelle nostre vite e in quelle di ragazzi e ragazze che stanno crescendo e, proprio per questo, merita di essere vissuta e riconosciuta come qualcosa di valido, a scuola e a casa.
Imparare ad “abitare la rabbia” è uno dei modi che abbiamo per capirla meglio: significa poterla affrontare e far sì che non si trasformi in distanza, violenza e aggressività. E
serve che le figure adulte che circondano l’adolescente intervengano per aiutare a tradurre queste emozioni in qualcosa di utile. Ne abbiamo parlato con
Valentina Tollardo,
psicologa,
psicoterapeuta e
vicepresidente dell’associazione Alice ETS, ente del Terzo settore che si occupa di accompagnare genitori, educatori e educatrici nella crescita dei figli.
In quanto esperta di adolescenza, avrai avuto modo di conoscere espressioni diverse di rabbia. Dal tuo punto di vista, a cosa serve questa emozione? E come accade che la sua espressione si trasformi in violenza?
La rabbia è un’emozione primaria, il che vuol dire che è con noi da quando nasciamo e abita dentro di noi insieme a tutte le altre emozioni. Ma, ahimè, è una delle emozioni che, insieme alla paura, è trattata peggio delle altre, perché spaventa e mette spesso in fatica anche il mondo adulto. Quello che stiamo osservando, rispetto a come si muove la famiglia in questo momento, è che la dimensione del "conflitto" sta perdendo terreno; dunque, più facilmente, si fa un’operazione di silenziamento immediato della rabbia, mettendola a tacere. Perché invece la rabbia ci serve? La rabbia è un’emozione che difende i confini, ci aiuta a garantire la separazione necessaria tra ciò che l’altra persona può fare con noi e ciò che non può fare. È un'emozione che ci posiziona nel mondo, è fondamentale, adattiva, ci protegge. Silenziarla non vuol dire né gestirla né farla sparire ma costringerla ad assumere altre forme, spesso di attacco. Diventa paradossalmente più subdola e potenzialmente più esplosiva.
Le emozioni vanno attraversate, sopprimerle quindi è un’operazione illusoria: anche se sembra andata via, la rabbia non sparisce e il rischio è che si converta in altro. Fisicamente la rabbia è "calda", parte dai piedi e sale: è una reazione psicofisica immediata. L’ira è, invece, un’ “ospite” eccessiva, ingombrante, totalizzante, che dura e perdura. Si esaurisce con la punizione, con l’atto violento e vendicativo. La rabbia, per non assumere le fattezze della violenza, deve poter incontrare il pensiero e, dunque, le parole.
Un’ultima cosa. La rabbia può assumere anche le sembianze di una "serva fedele" di altre emozioni: spesso viene utilizzata al posto della paura, della tristezza o della frustrazione. Mettendosi al servizio di altre emozioni, può richiedere un "cifrario" per essere capita. Ai ragazzi, dunque, servono Adulti. La rabbia adolescenziale è impulsiva di per sé perché è repentina, c'è un'emotività che per specificità anche neurobiologica è scoppiettante. Per i ragazzi e le ragazze è ancora molto difficile regolare le emozioni: tutte, nessuna esclusa. La figura adulta serve anche a questo: diventa un traduttore, prestando la sua capacità di pensare e di restituire ai ragazzi e alle ragazze un’emozione a quel punto rimaneggiata e rielaborata.
Non sempre durante l’adolescenza si hanno i mezzi per interpretare e tradurre in autonomia le emozioni che si provano. A circondare l’adolescente però, c’è un universo adulto fatto di genitori, scuola, educatori e educatrici. In che modo si può creare un’alleanza tra questi ruoli, a favore dell’adolescente e dell’espressione delle sue emozioni?
A rendere le situazioni complesse non ci sono solo le emozioni degli e delle adolescenti ma anche le nostre. Anche noi spesso facciamo fatica a regolare le nostre emozioni. Possono subentrare la stanchezza, la frustrazione, la nostra rabbia e la nostra tolleranza. Ognuno ha la propria “finestra” di tolleranza alla frustrazione. Per me l’educazione emotiva c’è sempre anche quando non la si fa. C’è perché la si passa a figli e figlie con modalità anche informali, che risuonano attraverso l’imitazione e la relazione.
L’educazione emotiva non è fatta solo di parole. Stare dentro alle relazioni ci chiede di interrogarci sul nostro modo di funzionare e su come noi abitiamo il nostro dentro. Vivere il conflitto, spesso equivale a trovarsi davanti anche ad un modello transgenerazionale: ogni famiglia ha il suo codice, i suoi modi e il suo linguaggio e trasmette un’educazione emotiva e relazionale. La riedizione di questo modello continua fino a quando non arriva una persona che a quel punto rimette in discussione quello schema e prova a cercare un modo diverso di relazionarsi e, quindi, anche di confliggere. La rottura può non avvenire dentro alle relazioni familiari ma può, ad esempio accadere, con l’incontro con degli Adulti-altri: insegnanti, allenatori e allenatrici, educatori e educatrici. Queste figure, soprattutto in adolescenza, diventano fondamentali perché offrono sul piatto della relazione una modalità diversa che può costruire una dissonanza rispetto al modello “primario”. Servono figure adulte che siano testimonianza di un modo di stare nel mondo e nella relazione. Occorrerebbe uscire dal paradigma dell'individualismo per recuperare quello della collettività e dello stare in comunità: i figli come figli di tutti e tutte.
Spesso constato che è quando le cose non funzionano e sono difficili che si costruisce la ricerca del colpevole o del nemico, a cui attribuire ogni responsabilità: l’errore, la fatica, l’atto aggressivo sono solo la fine del processo che, certo, avrà una conseguenza, ma non è con la conseguenza che si esaurisce. Va ricostruito il processo e come ogni attore può, intervenendo, fare la differenza per modificare l’esito. Questo lo può fare solo la prevenzione.
Per quanto riguarda la scuola, il patto di corresponsabilità per me non basta, perché è solo un foglio che si firma insieme ai documenti della delega. Va costruito il senso educativo di un patto tra persone adulte. La comunità si crea costruendo il metodo per educare insieme, partecipando a momenti di condivisione e collegialità. Occorre compartecipare alla costruzione di un sistema di regole e di valori, sì, ma per esserci una vera alleanza, ci deve prima essere condivisione di intenti e di una visione dell’umano. Questa è la parte difficile. Contro la violenza occorre accompagnare i ragazzi e le ragazze a costruire pensiero, e per pensare servono le parole, la conoscenza ma anche la memoria. E no, non mi riferisco alla capacità del cervello di immagazzinare le informazioni.
Da un lato ci sono adolescenti che mostrano la loro rabbia eccessivamente, ma ci sono anche insegnanti che raccontano di rabbia che non si esprime, di ragazzi e ragazze che non si arrabbiano mai e sembrano quasi ritirarsi dal mondo. È sempre necessario far emergere la rabbia? E se la rabbia non c’è?
Nessuno non ha rabbia e questo lo dico in generale. Ogni persona, per le sue caratteristiche, ha un proprio modo di stare male e di esprimere le emozioni: c’è chi porta all’esterno e chi invece riversa all’interno il proprio stato emotivo. Spesso mi chiedono una sorta di vademecum di elementi da osservare e attenzionare nelle classi, che possono far luce sulle fatiche. Su questo però ho un atteggiamento tiepido.
Io credo che in adolescenza la cosa più importante oggi sia che i ragazzi e le ragazze sentano su di sé lo sguardo dell’altro e che sperimentino l’essere visti e riconosciuti. Se costruiamo con loro una relazione, se favoriamo momenti di discussione in cui emerge il loro parere, quello che succederà è che diventeremo più facilmente per loro delle persone con cui parlare. La strada per lavorare sul conflitto è la relazione e il dialogo.
Spesso i ragazzi e le ragazze si ritirano dal mondo perché si sentono “impresentabili”: se, come abbiamo detto, lo sguardo dell’altra persona è importante e io mi sento brutto o brutta (e no, non in senso estetico) allora non potrò far parte del palcoscenico della socialità. Charmet la chiama “patologia della vergogna”.
L’adolescenza è un periodo complesso da vivere e spesso la sensazione più frequente degli adolescenti è la confusione, lo spaesamento perché ancora non sanno chi sono, perché accadono dentro di loro tante cose diverse e le emozioni sono intense. Se ti senti così ritorni ad avere tanto bisogno di rispecchiamento e dello sguardo dell’altro. Mi preme qui dire di prestare attenzione, dunque, alle etichette di definizione dell’altra persona, ai feedback estremamente negativi e che delineano l’individuo perché possono fare molto male.
Quest'intervista è tratta dal webinar con Valentina Tollardo e Andrea Margiacchi "Abitare la rabbia. Il conflitto e la relazione", secondo evento del ciclo "Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto".
“Tre domande a…” è la nostra rubrica dedicata al confronto sui temi che più ci stanno a cuore, insieme a figure esperte. Qui trovi la nostra ultima intervista a Elisabetta Musi