Lo sguardo che rimette al mondo
Come si tengono insieme autorevolezza e gentilezza nella relazione con studenti e studentesse?
Prendendoli sul serio. E prendere sul serio l’altra persona significa, prima di tutto, riconoscerla nella sua unicità. Nella sua novità, nelle sue scoperte, nel suo mistero che si rivela poco a poco. Per farlo è fondamentale esercitarsi a osservare la realtà da prospettive diverse, inedite, mettere costantemente in discussione il proprio sguardo. Solo così possiamo comprendere davvero il valore dell’altro e riconoscerlo; solo così possiamo comprendere davvero ciò che dice, come pure ciò che non dice e accreditarlo, ovvero ascoltarlo a partire dal presupposto che ciò che dice ha valore. Se non riusciamo a cogliere quel valore, non è perché non ci sia, ma perché non abbiamo ascoltato abbastanza.
Riflettendo sul ruolo dell’educazione e sulla voce delle giovani donne, Adrienne Rich scriveva che “bisogna prendere sul serio le studentesse”. È esattamente questo il punto: riconoscere che ciò che portano i nostri studenti e le nostre studentesse ha valore, anche quando non riusciamo subito a coglierlo. È un tipo di sguardo che va esercitato, in quanto ha il potere di rimettere al mondo: perché prendere sul serio qualcuno è una forma di ascolto che modifica non solo la percezione che abbiamo dell’altro, ma anche il modo in cui l’altro percepisce sé stesso.
L’empatia è qualcosa che siamo o qualcosa che impariamo? Si può insegnare, si può coltivare?
Siamo, in un certo senso, naturalmente predisposti all’empatia. Gli studi sui neuroni specchio ci mostrano che siamo attrezzati per sentire ciò che l’altra persona vive, anche senza fare la sua stessa esperienza. Un’intuizione, questa, già presente nel pensiero filosofico: nel suo lavoro sull’empatia Edith Stein, allieva di Husserl, chiarisce che la relazione con l’altro non è mai una fusione. L’altro resta altro: il suo vissuto è e rimane profondamente suo. Non esiste insomma una “trasfusione” del vissuto; quello che possiamo fare, però, è fare spazio all’altra persona dentro di noi. Ascoltare l’eco delle sue parole, l’impronta che il suo vissuto lascia nelle nostre emozioni. E, per analogia, attivare dentro di noi qualcosa che somiglia a ciò che sta vivendo.
Questo accade già nei bambini molto piccoli: basta che uno pianga perché altri inizino a piangere. Non perché stiano vivendo la stessa esperienza, ma perché riconoscono, per analogia, qualcosa che li riguarda. Da questo punto di vista, l’empatia è anche un apprendimento. Passa attraverso l’ascolto e la capacità di sgombrarsi da ciò che interferisce: pensieri, preoccupazioni, sovraccarichi che impediscono di accogliere davvero l’altra persona.
C’è poi un passaggio ulteriore. Se siamo stati oggetto di una relazione empatica, abbiamo memoria di quell’esperienza: una memoria che ci restituisce il senso del nostro valore. E questa memoria rende più facile attivare, a nostra volta, relazioni empatiche. Chi ha ricevuto ascolto sa ascoltare. Sa fare spazio, sa tacere, sa trattenersi. Chi non ha fatto questa esperienza, spesso sente l’urgenza di mettersi in primo piano, di occupare lo spazio. Questo non significa però che l’empatia non si possa imparare. Anche quando non è stata vissuta all’origine, può essere costruita. Ma richiede un lavoro di consapevolezza: riconoscere ciò che è mancato e provare a riguadagnarlo. Significa interrogarsi. Come sto? Sono presente in ciò che faccio? Cosa mi restituiscono le altre persone? In che modo mi percepiscono? Questo lavoro su di sé permette di rientrare in relazioni empatiche, “fare rifornimento” di ascolto e rimetterlo in circolo nelle relazioni con gli altri.
Cosa significa, allora, “avere cura” a scuola?
Aver cura delle altre persone significa, innanzitutto, aver cura di sé. Per chi insegna, questo vuol dire riconoscere che ciò che si fa ha un valore che va oltre il momento presente. Rimaniamo nei ricordi delle persone che incontriamo: nelle parole che abbiamo detto, negli sguardi, nelle impressioni che abbiamo lasciato. Perché le parole, belle o brutte, restano. Tutti abbiamo memoria di qualcuno che ci ha dato valore, così come di qualcuno che ci ha fatto sentire inadeguati, e anche queste esperienze ci plasmano.
A scuola, l’incontro educativo dovrebbe accendere il desiderio di realizzare il proprio “poter essere”. Di attivarlo, di metterlo in movimento. è anche così che si contrasta la dispersione scolastica, sia quella esplicita che quella implicita, ovvero quella che colpisce studenti e studentesse non necessariamente allontanandoli dalla scuola, ma “spegnendoli” mentre sono ancora tra i banchi. La stessa cosa può accadere anche a chi insegna, nel momento in cui la fatica di continuare a sostenere il proprio ruolo anche quando le energie sono esaurite, provoca uno stato di stanchezza profonda. Come si contrasta questa fatica, quest’apatia? Coltivando passione, curiosità, entusiasmo. Avendo cura di sé per restare aperti a una ricerca di senso nella professione.
Perché si educa per ciò che si è, per ciò che si prova, più che per ciò che si sa. Non si tratta solo di trasmettere contenuti, ma di lasciare un segno con la propria presenza nella memoria e nell’esperienza degli altri individui. Naturalmente questo tipo di entusiasmo non è scontato, e non sempre può arrivare da fuori. È più facile trovarlo quando le condizioni sono favorevoli, ma diventa più difficile quando si è immersi nell’ansia di non riuscire a fare tutto o di non riuscire a rispondere a tutte le richieste. Per questo è importante coltivarsi: non perdere il piacere, la curiosità, la possibilità di cambiare il proprio modo di stare in relazione. Riflettendo sulla libertà come condizione interiore e relazionale, la filosofa e studiosa delle relazioni educative Marisa Forcina diceva che l’ironia è un’espressione della libertà: le persone libere sono ironiche, quelle troppo preoccupate non riescono a esserlo. Allora avere cura significa anche questo: coltivare spazi di libertà, mantenere viva la curiosità, chiedersi ogni giorno cosa c’è di nuovo, cosa possiamo ancora scoprire. E, soprattutto, costruire rete, sostenersi a vicenda.
Quest'intervista è tratta dal webinar con Nora Orsi e Elisabetta Musi "Allenare la cura. Dalla fragilità alla crescita", primo del ciclo "Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto".