Patentini e divieti: chi stiamo davvero educando al digitale? | Parole O_Stili
Illustrazione concettuale su salute mentale e solitudine. Mostra una persona triste di profilo con fumetti vuoti e due mani sovrapposte che si connettono, simboleggiando la ricerca di connessione e supporto emotivo.

Patentini e divieti: chi stiamo davvero educando al digitale?

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27/04/26

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Ciao!
Succede ogni volta: basta riaprire il tema social e adolescenti perché il dibattito prenda subito la stessa direzione. Nuove restrizioni, nuove soglie d’età, nuove richieste.
Che il digitale abbia bisogno di regole più chiare e piattaforme più responsabili è fuori discussione. Ma molti limiti esistono già: l’accesso alle maggiori piattaforme social sotto ai 14 anni, almeno formalmente, è da tempo regolato. Eppure questo non è bastato a costruire un ambiente davvero più sano, più trasparente o più sicuro.

Il problema non è solo aggiungere nuove norme

Forse allora la domanda non è soltanto quali nuove misure introdurre, ma perché quelle che abbiamo continuino a non funzionare fino in fondo.
Il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: spostare il peso del problema quasi interamente sulle persone più giovani. Si continua a discutere di ciò che ragazze e ragazzi dovrebbero imparare, dei limiti che dovrebbero rispettare, delle autorizzazioni che dovrebbero ottenere per stare online. Molto meno di frequente ci chiediamo quanto siano preparate le persone adulte, che quel mondo digitale lo abitano ogni giorno insieme a loro.

Noi adulti non siamo spettatori

Genitori, insegnanti, lavoratori e cittadini non osservano queste dinamiche dall’esterno: ne fanno parte. Vivono gli stessi meccanismi di cattura dell’attenzione, la stessa fatica a sottrarsi alla connessione continua, la stessa dipendenza da notifiche e approvazione.
Non stiamo chiedendo ai più giovani di imparare a gestire qualcosa da cui noi adulti siamo immuni. Stiamo chiedendo a loro di essere più forti dentro un ecosistema in cui spesso noi per primi ci muoviamo con scarsa consapevolezza.
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La scuola da sola non può bastare

L’educazione digitale non può ridursi a qualche intervento episodico o a una voce scritta nei programmi di educazione civica. Il tema non è solo “fare più cittadinanza digitale”, ma renderla continua, concreta e capace di incidere davvero sui comportamenti.
Soprattutto, non può riguardare soltanto chi è in classe.
Serve una cultura digitale condivisa che coinvolga famiglie, luoghi di lavoro, istituzioni, territori. Serve formazione per le persone adulte, perché il digitale non è una questione generazionale: è una competenza civile che riguarda tutte le persone.

Le responsabilità non finiscono in famiglia

Serve che anche le istituzioni smettano di inseguire solo la scorciatoia del divieto e tornino a fare fino in fondo il proprio mestiere: applicare le regole esistenti, chiedere maggiore trasparenza alle piattaforme, intervenire su quei meccanismi di profilazione e permanenza online che oggi modellano il nostro tempo e la nostra attenzione.
Perché non basta domandarsi come limitare l’accesso dei più giovani: bisogna anche chiedersi che tipo di spazio digitale stiamo lasciando aperto a tutte le altre persone.

Non decidere senza ascoltare

Ragazzi e ragazze non possono essere soltanto destinatari di protezione o di nuove restrizioni. Devono essere coinvolti nella costruzione delle soluzioni, ascoltati nei processi decisionali, riconosciuti come parte della conversazione.
Per questo ci ha colpito la richiesta fatta alle istituzioni europee da trenta organizzazioni giovanili di tutta Europa, che hanno firmato una lettera aperta per dire una verità semplice ma decisiva: smettetela di decidere per noi senza di noi.
“Nonostante i loro difetti”, scrivono, “gli spazi online offrono qualcosa di raro: un accesso significativo a informazioni, connessioni e partecipazione, su una scala senza precedenti. Queste piattaforme sono luoghi in cui impariamo, creiamo, ci organizziamo e prendiamo parte alla vita pubblica e democratica. I social media sono molto più che intrattenimento — soprattutto per i giovani appartenenti a comunità marginalizzate, tra cui persone LGBTQIA+, con disabilità e migranti. Sono ancore di salvezza, che offrono accesso a informazioni, comunità e supporto che altrove potrebbero non esistere.
Le organizzazioni firmatarie chiedono infatti di spostare la responsabilità dove davvero appartiene: sul design di questi spazi digitali, sull’applicazione delle leggi già esistenti e su un’educazione che non sia solo riparativa, ma preventiva e condivisa.
Non costruite un mondo digitale per noi”, concludono, “costruitelo con noi, affinché diventi un mondo che avremo voglia di ereditare.

La vera alternativa ai soliti divieti

Forse è proprio questa la domanda da cui dovremmo partire: abbiamo davvero voglia di cercare alternative ai soli e soliti divieti?
Misure come il “no social sotto i 16 anni” o i patentini digitali hanno il vantaggio della chiarezza immediata, ma spesso finiscono per essere disattese e rischiano di alleggerire la coscienza di piattaforme che continuano a funzionare secondo logiche opache e profondamente sbilanciate.
Le alternative possibili sono più complesse, ma hanno alcune caratteristiche comuni: non si limitano a vietare, coinvolgono anche gli adulti come target educativo, lavorano sul sistema e non solo sul singolo comportamento.
Scuola, famiglie, luoghi di lavoro, istituzioni, piattaforme: è lì che si gioca la partita.
Perché il punto non è solo decidere chi può entrare online e a quale età, ma costruire competenze diffuse che rendano questo spazio più abitabile per tutte le persone.

Una parola

Hai mai sentito parlare di “Maxxing”? È una parola che le community Incel hanno mutuato dal mondo del gaming, e che nell’ultimo periodo sta trovando grande risonanza sui social, dove viene utilizzata per indicare la volontà di portare ogni aspetto della vita all’estremo, di amplificarlo. Funziona come un suffisso: "looksmaxxing" è il lavoro ossessivo sul proprio aspetto fisico, "healthmaxxing" è la ricerca dello stato di salute ideale. La formula è stata presto estesa anche ad usi paradossali, come nel caso del “nothingmaxxing”, il non fare nulla.
Su TikTok e Instagram il maxxing ha anche una dimensione ironica e volutamente esagerata. Ma c'è un'altra faccia di questo trend che vale la pena guardare con più attenzione: quella in cui la ricerca della perfezione smette di essere un gioco e inizia a fare male. L'esposizione continua a immagini (reali e artificiali) di corpi e volti che incarnano standard irraggiungibili finisce per rendere la normalità insoddisfacente. Il ricorso sempre più precoce alla chirurgia estetica, l'uso di farmaci dimagranti che promettono risultati senza fatica ignorandone i costi fisici e psicologici, o fenomeni come la Snapchat Dysmorphia, il disagio generato dal confronto tra il proprio volto reale e quello filtrato, sono tutti segnali di un'ossessione che ha smesso di essere solo virtuale.
Il discorso va oltre il corpo. La spinta a massimizzare ogni ambito della propria esistenza trasforma qualsiasi attività in una corsa per essere sempre "di più": più produttivi, più in forma, più realizzati. Una salita che non finisce mai, in cui ogni traguardo raggiunto diventa immediatamente il punto di partenza per il successivo.
Il problema non è volersi migliorare, ma non riuscire più a smettere. In questo senso, è fondamentale imparare a riconoscere la differenza tra una scelta e una compulsione, tra un obiettivo e un'ossessione. Forse, una delle cose più difficili e più necessarie che possiamo (e dobbiamo) fare.

Boston-mania, parte 2

Lunedì scorso abbiamo parlato della polemica nata attorno alla campagna che Nike ha realizzato in occasione della Maratona di Boston: l’affissione, dopo aver suscitato un’ondata immediata di indignazione, era stata prontamente rimossa dalle vetrine dello store cittadino che la ospitava.
La vicenda però non si è conclusa lì. ASICS ha risposto alla provocazione di Nike affiggendo un messaggio semplice ma di grande impatto a pochi passi dal traguardo: “Runners. Walkers. All Welcome. Move your body, move your mind.Un invito a partecipare aperto a tutti e tutte, a prescindere dalla velocità con cui si affrontano i 42,195 km del percorso. Ma la migliore risposta è stata quella della vera protagonista della giornata: la straordinaria umanità di chi ha partecipato alla maratona, correndo o semplicemente facendo il tifo.
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Emblematico l’episodio che ha coinvolto Ajay Haridasse, collassato per la fatica a pochi metri dal traguardo, e Aaron Beggs e Robson De Oliveira, che hanno sacrificato i loro obiettivi di tempo per soccorrerlo e aiutarlo a tagliare il traguardo. Un momento così potente da esser stato ripreso anche dall’account Instagram delle Olimpiadi, che dice tutto su cosa può essere lo sport quando smette di essere solo competizione. Non c'era niente da guadagnare, nessun podio da raggiungere insieme: c'era solo una persona in difficoltà e la scelta, immediata e istintiva, di non passarle accanto. Di non ignorarla.
Sugli spalti e lungo il percorso, nel frattempo, migliaia di persone che non si conoscevano si incitavano, si sostenevano, si aspettavano. Perché una maratona non è solo una gara: è uno spazio in cui per qualche ora ci si ricorda che tifare per uno sconosciuto è la cosa più naturale del mondo. E forse è proprio questo il valore più grande che lo sport sa restituire, quella capacità di creare vicinanza tra persone che non si sono mai viste prima e che, dopo, non si dimenticheranno più.
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Segnalazioni belle

Fondazione Della Frera ETS ha aperto le candidature per la quarta edizione di IO SONO FUTURO, il progetto dedicato a giovani talenti con idee innovative sul tema dell'intelligenza artificiale. Le 17 persone selezionate parteciperanno a un percorso formativo dedicato e a una missione internazionale, tra Dubai e Amsterdam. Se conosci qualcuna o qualcuno che potrebbe essere la persona giusta, trovi il bando qui.
Fondazione Libellula ha lanciato la Survey TEEN. Si tratta di una ricerca anonima rivolta a ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni di tutta Italia, per raccogliere la loro voce e capire come percepiscono e vivono le diverse forme di violenza. Dare spazio a chi la violenza la subisce o la osserva è il primo passo per affrontarla davvero. È importante che partecipino solo persone che rientrano in questa fascia d’età: se conosci qualcuno o qualcuna di adatto, giragli questo link!

Appuntamenti

28 e 29 aprile
Ore 16:00 |Continua il percorso di formazione sulla didattica orientativa presso l’Istituto Madri Pie di La Spezia. Tra i vari argomenti che verranno trattati, in questo incontro i docenti e le docenti approfondiranno le potenzialità della piattaforma MiAssumo. 
29 aprile
Ore 18.00 | Il ciclo “Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto” si chiude con un appuntamento di grande intensità : un incontro sul valore delle relazioni come primo spazio di apprendimento e crescita. Gino Cecchettin e Rosy Russo dialogheranno a partire da una domanda urgente: come aiutare ragazze e ragazzi a costruire relazioni sane e responsabili? A chiudere l’incontro sarà il contributo della sociologa Cristina Pasqualini, con uno sguardo sui bisogni e sulle aspettative che le nuove generazioni esprimono oggi sul terreno della parità e del riconoscimento reciproco.
04 maggio
Ore 9:00 | Inizia una serie di interventi presso l’IC Preziosissimo Sangue di Monza dove parleremo di cyberbullismo, hate speech e fake news con i ragazzi e le ragazze della scuola secondaria di II grado. 
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