La scuola da sola non può bastare
L’educazione digitale non può ridursi a qualche intervento episodico o a una voce scritta nei programmi di educazione civica. Il tema non è solo “fare più cittadinanza digitale”, ma renderla continua, concreta e capace di incidere davvero sui comportamenti.
Soprattutto, non può riguardare soltanto chi è in classe.
Serve una cultura digitale condivisa che coinvolga famiglie, luoghi di lavoro, istituzioni, territori. Serve formazione per le persone adulte, perché il digitale non è una questione generazionale: è una competenza civile che riguarda tutte le persone.
Le responsabilità non finiscono in famiglia
Serve che anche le istituzioni smettano di inseguire solo la scorciatoia del divieto e tornino a fare fino in fondo il proprio mestiere: applicare le regole esistenti, chiedere maggiore trasparenza alle piattaforme, intervenire su quei meccanismi di profilazione e permanenza online che oggi modellano il nostro tempo e la nostra attenzione.
Perché non basta domandarsi come limitare l’accesso dei più giovani: bisogna anche chiedersi che tipo di spazio digitale stiamo lasciando aperto a tutte le altre persone.
Non decidere senza ascoltare
Ragazzi e ragazze non possono essere soltanto destinatari di protezione o di nuove restrizioni. Devono essere coinvolti nella costruzione delle soluzioni, ascoltati nei processi decisionali, riconosciuti come parte della conversazione.
Per questo ci ha colpito
la richiesta fatta alle istituzioni europee da trenta organizzazioni giovanili di tutta Europa, che hanno firmato una lettera aperta per dire una verità semplice ma decisiva:
smettetela di decidere per noi senza di noi.
“Nonostante i loro difetti”, scrivono, “gli spazi online offrono qualcosa di raro: un accesso significativo a informazioni, connessioni e partecipazione, su una scala senza precedenti. Queste piattaforme sono luoghi in cui impariamo, creiamo, ci organizziamo e prendiamo parte alla vita pubblica e democratica. I social media sono molto più che intrattenimento — soprattutto per i giovani appartenenti a comunità marginalizzate, tra cui persone LGBTQIA+, con disabilità e migranti. Sono ancore di salvezza, che offrono accesso a informazioni, comunità e supporto che altrove potrebbero non esistere.”
Le organizzazioni firmatarie chiedono infatti di spostare la responsabilità dove davvero appartiene: sul design di questi spazi digitali, sull’applicazione delle leggi già esistenti e su un’educazione che non sia solo riparativa, ma preventiva e condivisa.
“Non costruite un mondo digitale per noi”, concludono, “costruitelo con noi, affinché diventi un mondo che avremo voglia di ereditare.”
La vera alternativa ai soliti divieti
Forse è proprio questa la domanda da cui dovremmo partire: abbiamo davvero voglia di cercare alternative ai soli e soliti divieti?
Misure come il “no social sotto i 16 anni” o i patentini digitali hanno il vantaggio della chiarezza immediata, ma spesso finiscono per essere disattese e rischiano di alleggerire la coscienza di piattaforme che continuano a funzionare secondo logiche opache e profondamente sbilanciate.
Le alternative possibili sono più complesse, ma hanno alcune caratteristiche comuni: non si limitano a vietare, coinvolgono anche gli adulti come target educativo, lavorano sul sistema e non solo sul singolo comportamento.
Scuola, famiglie, luoghi di lavoro, istituzioni, piattaforme: è lì che si gioca la partita.
Perché il punto non è solo decidere chi può entrare online e a quale età, ma costruire competenze diffuse che rendano questo spazio più abitabile per tutte le persone.
Hai mai sentito parlare di “
Maxxing”? È una parola che le
community Incel hanno mutuato dal mondo del gaming, e che nell’ultimo periodo sta trovando grande risonanza sui social, dove viene utilizzata per indicare la
volontà di portare ogni aspetto della vita all’estremo, di amplificarlo. Funziona come un suffisso: "
looksmaxxing" è il lavoro ossessivo sul proprio aspetto fisico, "
healthmaxxing" è la ricerca dello stato di salute ideale. La formula è stata presto estesa anche ad usi paradossali,
come nel caso del “nothingmaxxing”, il non fare nulla.
Su TikTok e Instagram il maxxing ha anche una dimensione ironica e volutamente esagerata. Ma c'è un'altra faccia di questo trend che vale la pena guardare con più attenzione: quella in cui la ricerca della perfezione smette di essere un gioco e inizia a fare male. L'esposizione continua a immagini (reali e artificiali) di corpi e volti che incarnano standard irraggiungibili finisce per rendere la normalità insoddisfacente. Il ricorso sempre più precoce alla chirurgia estetica,
l'uso di farmaci dimagranti che promettono risultati senza fatica ignorandone i costi fisici e psicologici, o fenomeni come la
Snapchat Dysmorphia, il disagio generato dal confronto tra il proprio volto reale e quello filtrato, sono tutti
segnali di un'ossessione che ha smesso di essere solo virtuale.
Il discorso va oltre il corpo. La spinta a massimizzare ogni ambito della propria esistenza trasforma qualsiasi attività in una corsa per essere sempre "di più": più produttivi, più in forma, più realizzati. Una salita che non finisce mai, in cui ogni traguardo raggiunto diventa immediatamente il punto di partenza per il successivo.
Il problema non è volersi migliorare, ma non riuscire più a smettere. In questo senso, è fondamentale imparare a riconoscere la differenza tra una scelta e una compulsione, tra un obiettivo e un'ossessione. Forse, una delle cose più difficili e più necessarie che possiamo (e dobbiamo) fare.
Lunedì scorso abbiamo parlato della polemica nata attorno alla campagna che Nike ha realizzato in occasione della Maratona di Boston: l’affissione, dopo aver suscitato un’ondata immediata di indignazione, era stata prontamente rimossa dalle vetrine dello store cittadino che la ospitava.
La vicenda però non si è conclusa lì. ASICS ha risposto alla provocazione di Nike affiggendo un messaggio semplice ma di grande impatto a pochi passi dal traguardo: “
Runners. Walkers. All Welcome. Move your body, move your mind.”
Un invito a partecipare aperto a tutti e tutte, a prescindere dalla velocità con cui si affrontano i 42,195 km del percorso. Ma la migliore risposta è stata quella della vera protagonista della giornata:
la straordinaria umanità di chi ha partecipato alla maratona, correndo o semplicemente facendo il tifo.