La filosofia e l’arte di pensare
La scuola sta davvero per perdere alcuni dei suoi strumenti più importanti per allenare il pensiero critico? È la domanda attorno alla quale si è sviluppato un forte dibattito a seguito della
pubblicazione delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei volute dal Ministro Giuseppe Valditara. Al centro del ciclone, l’insegnamento della filosofia, il ridimensionamento del peso di alcuni autori centrali del pensiero moderno e contemporaneo e un’impostazione considerata troppo semplificata e poco aperta al confronto tra prospettive diverse.
Da questa preoccupazione è nata una
petizione pubblica firmata da docenti universitarie e universitari, che chiede a gran voce una discussione più ampia e condivisa sul futuro della filosofia a scuola.
Il punto, però, va oltre la singola materia. C’è un tema molto più grande, dietro al polverone sollevato, e riguarda lo spazio che siamo ancora disposti a dare, nella formazione delle nuove generazioni, agli strumenti che aiutano a leggere la complessità, affrontare il dubbio o argomentare un pensiero, senza dimenticare la capacità di mettere in discussione ciò che sembra già assodato. In altre parole, a pensare.
In un momento storico attraversato da polarizzazione, disinformazione e conversazioni sempre più veloci, la riflessione che arriva dal mondo della scuola e dell’università sembra ricordarci qualcosa di semplice ma fondamentale: educare al pensiero critico non significa insegnare cosa pensare, ma creare le condizioni per imparare a farlo. Anche attraverso lo studio della filosofia.
Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato in Vaticano la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Un testo che riflette sul rapporto tra tecnologia, intelligenza artificiale e dignità umana, ricordando che il progresso non è mai neutrale, ma dipende sempre da chi lo progetta, dagli interessi che lo guidano e dall’uso che ne facciamo.
C’è un passaggio che ci colpisce in modo particolare, dedicato al linguaggio e alla responsabilità delle parole. Al punto 214, Leone XIV scrive: “Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è fare attenzione alle nostre parole. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra.”
L’enciclica insiste su una riflessione molto concreta: la pace non passa soltanto dalle grandi decisioni politiche, ma anche dal modo in cui guardiamo gli altri, li ascoltiamo e parliamo di loro. Per questo il Papa invita a fare attenzione ai pregiudizi, all’aggressività che spesso attraversa il nostro linguaggio quotidiano e quella che definisce la “guerra delle parole e delle immagini”.
È un richiamo semplice, ma potente: come la tecnologia non è mai solo tecnologia, anche le parole non sono mai soltanto parole. Possono ferire, escludere e alimentare conflitti, ma anche creare fiducia, dare voce e contribuire a costruire uno spazio più umano.