Ma perché l'Odissea continua ad affascinarci così tanto? La risposta potrebbe non essere soltanto la storia del protagonista, ma la sua capacità di essere riscritta all’infinito senza mai perdere la sua forza e il suo fascino. Nolan stesso potrebbe esserne vittima: come osserva Valentina Colosimo su Vanity Fair,
negli ultimi 28 anni, tutti i suoi film raccontano e riprendono le esperienze universali che sono il cuore dell’opera di Omero. Un esempio? In Interstellar,Cooper attraversa spazio e tempo nel tentativo di tornare dai propri figli, dopo essere partito ed essersi perso per salvare la Terra.
Nel corso dei secoli sono cambiati i modi e le regole del racconto, ma la storia dell’eroe in viaggio non ha mai smesso di tenerci incollati alle pagine di un libro o allo schermo di un cinema.
Forse è proprio questa ampiezza a spiegare perché l’Odissea continui a parlarci dopo quasi tremila anni. Non ci chiede necessariamente di identificarci con Odisseo, Penelope, Telemaco, Circe o qualsiasi altro suo personaggio, ma lascia spazio a esperienze nelle quali, in momenti diversi, ciascuno e ciascuna di noi può riconoscersi. Per questo può essere riscritta ancora e ancora senza diventare davvero la stessa storia: ogni epoca, e ogni persona, finisce per ritrovarvi qualcosa di proprio.
Stiamo davvero rischiando di restare senza parole?
Tra chiamare e mandare un messaggio per prenotare un appuntamento cosa sceglieresti? Se la tua risposta è il messaggio, non è casuale. Negli ultimi anni
la comunicazione si è progressivamente spostata dalla voce agli schermi: tra chat e feed abbiamo preso sempre più l’abitudine a comunicare in sintesi,
sostituendo il dialogo con abbreviazioni e emoji, tanto che
sui social la sensazione è che il vocabolario si sia ridotto a una manciata di formule ricorrenti, spesso inventate dalla GenZ, per esprimere anche i concetti più complessi.
È un cambiamento che genera preoccupazione, specialmente per le generazioni più giovani.
La settimana scorsa abbiamo parlato delle importanti novità attualmente oggetto di discussione nella Commissione europea, in coda alle quali è arrivato, in Francia,
il divieto di usare i social a chiunque abbia meno di 15 anni, in un tentativo di tutelare benessere, socialità e tempi di crescita di ragazze e ragazzi.
Eppure,
la tendenza a risparmiare sul linguaggio non è vincolata esclusivamente al digitale ma è presente in ogni ambito della nostra quotidianità. Chiaro, la nostra vita online e i codici linguistici che adottiamo per abitare questi ambienti hanno un peso, tanto che persino
staccare la spina e rilassarci in vacanza è diventata un’impresa. Tuttavia,
questo cambiamento linguistico riflette trasformazioni culturali più ampie, dovute a un mix che include tecnologie, stili di vita e abitudini e che ha portato a una
riduzione delle occasioni di scambio a tu per tu.
Le parole però danno forma al nostro pensiero e sono la mappa con cui leggiamo il mondo. Ridurle in numero e semplificarne la profondità significa rischiare di limitare il senso critico e la nostra apertura mentale, con
ricadute dirette sul piano del nostro benessere emotivo. E allora,
se non vogliamo rimanere davvero senza parole, l'unica strada è ricominciare a parlare. Magari delle piccole cose, con due chiacchiere al bar, una battuta scambiata con una persona amica o con una sconosciuta.
Chissà che la risposta non finisca per aprirci un’intera, inaspettata prospettiva di conversazione.
Per molti Millennial il successo ha avuto a lungo un’immagine precisa: quella della cosiddetta
Hustle Culture, un insieme di credenze culturalmente condivise che ci fanno credere sia necessario lavorare sempre di più e sempre più duramente per raggiungere la perfezione. Serie come
Suits, insieme ad altri prodotti culturali dei primi anni Duemila, hanno contribuito a rendere affascinante la figura del professionista o della professionista di successo, che vive per il lavoro, non dorme, non mangia ed è sempre in prima linea perché indispensabile.