Statua classica in marmo della dea Atena con elmo, lancia e scudo che si staglia contro un cielo azzurro e limpido.

Un’odissea che continua da 3000 anni

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27/07/26

Immagine header il Megafono giallo
Ciao!
Se c’è una cosa che possiamo dire di questa estate 2026 è che si sta rivelando caldissima. Che si parli della temperatura climatica o di quella delle conversazioni che animano il panorama italiano e internazionale, le cose da dire – anche in questa newsletter – sono tante. Non tutte, però, meritano di essere amplificate. Soprattutto nel dibattito pubblico italiano, nelle ultime settimane sono diventati virali contenuti che alimentano ostilità e violenza, in aperto contrasto con i princìpi che guidano ogni giorno il lavoro di Parole O_Stili.
Non parlarne è il nostro modo di prendere le distanze da tale narrazione e per questo abbiamo deciso di dedicare questo numero a un po’ di sana frescura mentale.
Nel nuovo Megafono Giallo trovi due riflessioni e una parola, insieme ai nostri soliti bocconi consapevoli, con cui speriamo di aprire prospettive diverse e costruire uno spazio tranquillo in cui fermarsi, mentre intorno le conversazioni continuano a rincorrersi e a sovrapporsi.
E se stai ancora aspettando le vacanze estive, coraggio: ormai manca davvero pochissimo. Buona lettura!

Che odissea, Odisseo!

Difficile, in questi giorni, non incappare in un articolo di giornale, un post o una newsletter che non parli, in qualche modo, dell’Odissea di Christopher Nolan. La pellicola ha persino dato origine a un trend social, che ironizza sull’insolito formato scelto dal regista, l’IMAX 70mm, che solo poche sale in tutta Europa sono in grado di supportare. E allora utenti di tutto il mondo hanno proposto la loro versione di “as Nolan intended”, ovvero il modo in cui Nolan avrebbe voluto che il film fosse visto, sfruttando i dispositivi più bizzarri, come Game Boy, Tamagotchi e addirittura le insegne luminose delle farmacie.
L'attore Matt Damon nei panni di Odisseo in armatura da guerriero, con sguardo serio, barba e navi greche sullo sfondo.
© Universal Pictures, Syncopy Inc.
Ma perché l'Odissea continua ad affascinarci così tanto? La risposta potrebbe non essere soltanto la storia del protagonista, ma la sua capacità di essere riscritta all’infinito senza mai perdere la sua forza e il suo fascino. Nolan stesso potrebbe esserne vittima: come osserva Valentina Colosimo su Vanity Fair, negli ultimi 28 anni, tutti i suoi film raccontano e riprendono le esperienze universali che sono il cuore dell’opera di Omero. Un esempio? In Interstellar,Cooper attraversa spazio e tempo nel tentativo di tornare dai propri figli, dopo essere partito ed essersi perso per salvare la Terra. Nel corso dei secoli sono cambiati i modi e le regole del racconto, ma la storia dell’eroe in viaggio non ha mai smesso di tenerci incollati alle pagine di un libro o allo schermo di un cinema.
Forse è proprio questa ampiezza a spiegare perché l’Odissea continui a parlarci dopo quasi tremila anni. Non ci chiede necessariamente di identificarci con Odisseo, Penelope, Telemaco, Circe o qualsiasi altro suo personaggio, ma lascia spazio a esperienze nelle quali, in momenti diversi, ciascuno e ciascuna di noi può riconoscersi. Per questo può essere riscritta ancora e ancora senza diventare davvero la stessa storia: ogni epoca, e ogni persona, finisce per ritrovarvi qualcosa di proprio.

Stiamo davvero rischiando di restare senza parole?

Tra chiamare e mandare un messaggio per prenotare un appuntamento cosa sceglieresti? Se la tua risposta è il messaggio, non è casuale. Negli ultimi anni la comunicazione si è progressivamente spostata dalla voce agli schermi: tra chat e feed abbiamo preso sempre più l’abitudine a comunicare in sintesi, sostituendo il dialogo con abbreviazioni e emoji, tanto che sui social la sensazione è che il vocabolario si sia ridotto a una manciata di formule ricorrenti, spesso inventate dalla GenZ, per esprimere anche i concetti più complessi.
È un cambiamento che genera preoccupazione, specialmente per le generazioni più giovani. La settimana scorsa abbiamo parlato delle importanti novità attualmente oggetto di discussione nella Commissione europea, in coda alle quali è arrivato, in Francia, il divieto di usare i social a chiunque abbia meno di 15 anni, in un tentativo di tutelare benessere, socialità e tempi di crescita di ragazze e ragazzi.
Eppure, la tendenza a risparmiare sul linguaggio non è vincolata esclusivamente al digitale ma è presente in ogni ambito della nostra quotidianità. Chiaro, la nostra vita online e i codici linguistici che adottiamo per abitare questi ambienti hanno un peso, tanto che persino staccare la spina e rilassarci in vacanza è diventata un’impresa. Tuttavia, questo cambiamento linguistico riflette trasformazioni culturali più ampie, dovute a un mix che include tecnologie, stili di vita e abitudini e che ha portato a una riduzione delle occasioni di scambio a tu per tu.
Le parole però danno forma al nostro pensiero e sono la mappa con cui leggiamo il mondo. Ridurle in numero e semplificarne la profondità significa rischiare di limitare il senso critico e la nostra apertura mentale, con ricadute dirette sul piano del nostro benessere emotivo. E allora, se non vogliamo rimanere davvero senza parole, l'unica strada è ricominciare a parlare. Magari delle piccole cose, con due chiacchiere al bar, una battuta scambiata con una persona amica o con una sconosciuta. Chissà che la risposta non finisca per aprirci un’intera, inaspettata prospettiva di conversazione.

Una parola

Per molti Millennial il successo ha avuto a lungo un’immagine precisa: quella della cosiddetta Hustle Culture, un insieme di credenze culturalmente condivise che ci fanno credere sia necessario lavorare sempre di più e sempre più duramente per raggiungere la perfezione. Serie come Suits, insieme ad altri prodotti culturali dei primi anni Duemila, hanno contribuito a rendere affascinante la figura del professionista o della professionista di successo, che vive per il lavoro, non dorme, non mangia ed è sempre in prima linea perché indispensabile.
Il cast principale della serie tv Suits che posa in eleganti completi da ufficio davanti a un edificio moderno.
La Generazione Z sembra invece voler mettere in discussione questa idea. Da qui nasce il career minimalism, la parola di cui vogliamo parlarti oggi e che descrive un approccio nuovo al lavoro. Non un invito a fare meno o una rinuncia ad ogni ambizione, ma la volontà di ridimensionare il ruolo che il lavoro gioca nella costruzione della nostra identità. Dove la Hustle Culture celebra il sacrificio, il Career Minimalism dà la priorità alla capacità di stabilire confini sani.
Più che un conflitto tra generazioni, questo fenomeno racconta un cambiamento culturale. I Millennial hanno interiorizzato un modello che associava il successo alla resistenza e alla disponibilità continua, la Gen Z sembra chiedere che quello stesso successo lasci spazio anche al tempo, alle relazioni e al benessere. La domanda interessante, quindi, non è chi lavora di più, ma quale idea di vita il lavoro contribuisce a costruire.
Bocconi consapevoli con bordo del testo sbriciolato come se fosse stato mangiato.
Notizie, spunti, iniziative e trend: scelti e raccontati con attenzione, per te.
📚 Storie è la nuova parola scritta da Rosy Russo che puoi leggere anche sul nostro blog.
🎧 Se non ne hai ancora abbastanza dell’Odissea, questo podcast fa per te.

Appuntamenti

29 luglio
Ore 10:00 | Saremo presso lo stabilimento Kedrion di Sant’Antimo (NA) per una giornata di formazione rivolta alla popolazione aziendale. La presidente Rosy Russo guiderà due sessioni dedicate al Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva, offrendo spunti concreti su ascolto, empatia, feedback e rispetto nel lavoro quotidiano.
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