Si chiamano thinkfluencer e, se passi un po’ di tempo sui social, probabilmente sai già di cosa stiamo parlando. Minuscoli microfoni quasi d’ordinanza alla mano, sono creator che parlano di psicologia, neuroscienze, storia, scienza o attualità, trasformando idee e ricerche in contenuti pensati per stare dentro un feed. Il loro successo racconta qualcosa di interessante: tra meme, balletti, ricette e IA Slop, sui social non cerchiamo più soltanto intrattenimento, ma anche occasioni per informarci e imparare qualcosa di nuovo.
E non riguarda soltanto i
thinkfluencer. Le piattaforme stanno occupando uno spazio sempre più importante anche nel nostro rapporto con l’informazione tanto che, secondo il
Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, nei 48 mercati analizzati
il 54% delle persone usa social e piattaforme video per accedere alle notizie, ormai più di siti e app delle testate.
C’è un Paese però che viaggia in direzione decisamente diversa: la Cina.
Per parlare di temi specialistici come salute, finanza, diritto o istruzione
influencer e creator devono poter dimostrare di avere qualifiche professionali adeguate e le piattaforme sono chiamate a verificarle. Per chi non rispetta le regole si va dalle limitazioni dei contenuti alla perdita della monetizzazione, fino alla sospensione dell’account e, in alcuni casi, a multe che possono arrivare a 100.000 yuan, circa 12.000 euro. L’obiettivo dichiarato?
Contrastare falsi esperti, truffe e disinformazione.
E così, mentre da questa parte del mondo possiamo imparare come funziona il cervello da una persona comparsa nel feed tra un video di cuccioli e un tutorial per realizzare ghirlande natalizie, dall’altra si prova a stabilire chi abbia davvero le carte in regola per spiegarcelo. A prescindere dall’esprimere un giudizio su quale dei due approcci possa essere il più corretto, quello che sappiamo per certo è che imparare qualcosa in sessanta secondi è bellissimo. Ogni tanto, però, potremmo e dovremmo concederci anche il sessantunesimo: quello per controllare da dove arriva l’informazione appena ricevuta.
Novità da Parole a Scuola
Oggi ti raccontiamo chi salirà sul palco della plenaria di apertura il 24 ottobre. Ad inaugurare la quarta edizione di Parole a Scuola ci saranno Elena Beccalli, Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la professoressa Simona Ferrari, Ordinaria di Didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica, e Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili.
Insieme a loro, due sguardi appassionati porteranno la vita vera al centro del nostro riflessione: don Mattia Ferrari, e Mauro Berruto.
Don Mattia è giovane, vive alla Sapienza, è cappellano di Mediterranea Saving Humans e lavora da anni dentro contesti dove parole come straniero, migrante, povero, nemico, accoglienza non sono concetti astratti, ma hanno un volto e delle conseguenze. Il suo ultimo libro ha un titolo che capovolge già una prospettiva: Salvato dai migranti. Perché qualche volta pensiamo di sapere chi deve salvare chi. Poi arriva un incontro e rimette tutto in discussione.
Mauro viene dallo sport, ma soprattutto dalle squadre. Filosofo di formazione, per anni allenatore di pallavolo e commissario tecnico della Nazionale italiana, ha imparato che il talento da solo non basta: bisogna saper stare con gli altri. È una lezione che vale anche a scuola, dove crescere significa scoprire ciò che sappiamo fare, imparare a fidarci degli altri e capire quando tenere la palla e quando passarla.
Il mare e lo sport, l’accoglienza e la squadra: due punti di partenza molto diversi, scelti proprio per aprire una giornata dedicata al dialogo tra generazioni e a ciò che possiamo imparare gli uni dagli altri.