Per le domande che trovi in questa intervista abbiamo deciso di fare della quotidianità il punto di partenza, prendendo proprio quei momenti in cui lo smartphone non si vuole spegnere, una regola diventa motivo di scontro o semplicemente non sappiamo bene quale sia il confine giusto da tracciare. Per provare a capire non soltanto quali regole servano, ma soprattutto come costruirle, come accompagnarle e quale parte siamo disposte a fare noi figure adulte.
Buona lettura!
Francesca, diciamocelo chiaramente: per molti genitori la gestione degli schermi è diventata una trincea quotidiana. Si passa dai sensi di colpa per aver concesso il tablet pur di avere dieci minuti di pace, alle urla quando è il momento di spegnerlo. Da dove si parte per trasformare questa fatica in una opportunità di alleanza per la famiglia?
La gestione della tecnologia e degli schermi è una fatica quotidiana che riguarda tutte le famiglie. Ogni giorno sui miei canali social i genitori mi chiedono come muoversi per essere d’aiuto ai figli. Noi adulti ci siamo trovati di fronte ad un mondo nuovo, senza mappe storiche, senza memoria d’infanzia e senza avere dei modelli educativi genitoriali da poter avere come riferimento.
Siamo partiti da zero e abbiamo provato a metterci in gioco anche commettendo inizialmente degli errori di valutazione: abbiamo dato per scontato che crescere immersi nella tecnologia, essere cioè “nativi digitali”, significasse per i figli saperla utilizzare anche in modo consapevole. Ma la realtà ci ha mostrato altro: l’abilità tecnica con un device non coincide con la capacità di sostare in maniera corretta e consapevole nel digitale, di sapersi fermare, di riconoscere un limite o di aver interiorizzato delle regole.
Diciamocelo è una fatica che spesso anche noi adulti viviamo.
Il digitale è diventato a tutti gli effetti un ambiente di vita per i nostri figli e le nostre figlie, e non possiamo permettere che vi entrino senza un adeguato percorso educativo.
Di fronte alle difficoltà, capita spesso di pensare che sia ormai tutto perso, che non si possa più intervenire o che l’unica soluzione rimasta sia spegnere quel telefono. Sicuramente, prendersi momenti di “disconnessione” e spegnere lo schermo insieme può essere un’ottima occasione di riflessione e ripensamento. Ma sappiamo che dopo averlo spento si riaccende.
Quindi come possiamo intervenire? Prima che dal controllo, dalle urla o dal momento dello spegnimento, la chiave è la prevenzione e l'accompagnamento graduale. Faticoso ma necessario!
Innanzitutto, è fondamentale rispettare le età di riferimento consigliate prima di consegnare uno smartphone a ragazzi e ragazze. In secondo luogo, sottolineo quanto sia prezioso prevedere un vero e proprio periodo di rodaggio: una fase in cui lo strumento non appartiene ancora al figlio o alla figlia, ma resta della famiglia, e in cui noi genitori ci affianchiamo a loro per condividerne l’uso e iniziare a guidarli.
Per vivere questo percorso insieme, la strategia più efficace è costruire in famiglia un Patto Educativo Digitale (PEDF), una sorta di contratto educativo flessibile calibrato sull’età di nostro figlio, di nostra figlia, sulle sue competenze e sulle sue caratteristiche uniche. Ne parlo nel dettaglio anche nel mio ultimo libro, “Ogni figlio è un figlio unico” (Cairo Editore), dove propongo regole e spunti concreti per strutturarlo. Nel libro troverete il dettaglio.
Il Patto Educativo Digitale Familiare è uno strumento vivo: un accordo condiviso che stabilisce regole e confini non soltanto per i ragazzi, ma anche per noi adulti. Perché l’obiettivo dell’educazione digitale non è mai il semplice controllo, ma attraverso un accompagnamento aiutare i figli a diventare consapevoli e progressivamente autonomi. Accompagnare non significa sostituirsi, ma camminare fianco a fianco. E ricordiamoci sempre che i confini non limitano la crescita, ma la rendono possibile: senza regole condivise, quei confini semplicemente non esistono.
Secondo te, quali sono i pericoli più insidiosi per un ragazzo o una ragazza che naviga la rete e quali i rischi per i genitori?
I rischi sono diversi soprattutto se lasciamo uno smartphone senza accompagnamento: pensiamo al cyberbullismo, all’adescamento online e, più in generale, a tutte quelle situazioni che i ragazzi non sempre hanno ancora gli strumenti per riconoscere e gestire. Per questo è fondamentale lavorare sulla prevenzione e sulla consapevolezza fin dalla scuola primaria, coinvolgendo ragazzi, genitori, insegnanti e adulti di riferimento.
Credo che il rischio più grande per un genitore sia non esserci. Non possiamo occuparci dei nostri figli soltanto nella loro vita reale e considerare ciò che accade online come qualcosa di separato. Come ci ricorda Parole O_Stili, “virtuale è reale”: le due dimensioni fanno ormai parte della stessa esperienza di crescita. Lo spazio fisico e virtuale sono connessi, appunto.
Il nostro compito è quindi accompagnarli anche nel digitale: parlare dei rischi e delle opportunità, stabilire insieme delle regole attraverso il “Patto Educativo Digitale” e utilizzare anche ciò che accade nella cronaca come occasione di confronto. In questo senso, realtà come Fondazione Carolina svolgono un lavoro prezioso di sensibilizzazione e formazione, non solo per i ragazzi, ma anche per noi adulti.
Ignorare l’Onlife , la dimensione in cui vita reale e digitale dei nostri figli si fondono, significa rischiare di tagliarsi fuori dal loro mondo. Arrivare a conoscerli fino in fondo è faticoso, ma la nostra presenza serve quantomeno ad esserci, mantenendo aperto un canale di dialogo autentico, non giudicante.
Perché proteggere non è controllare tutto ciò che un figlio fa online, ma significa mettersi in ascolto di ciò che vivono online per dargli, un passo alla volta, gli strumenti per muoversi in autonomia.
Parliamo di divieti: qual è la tua visione sul mettere paletti e limiti quando si parla di tecnologia e adolescenti?
Il mio approccio educativo parte da un principio chiaro: giocare d’anticipo, lavorando sulla prevenzione evitando la scelta della punizione. Questo significa anche saper dire dei NO in famiglia: divieti che non nascono dal desiderio di punire, ma dalla necessità di tracciare confini chiari capaci di proteggere. Ma cosa penso dei divieti nel digitale?
Come dicevo, la nostra è la prima generazione di genitori a confrontarsi con una sfida che non ha vissuto da ragazzi: non abbiamo una memoria d’infanzia digitale, né modelli educativi ricevuti dai nostri genitori perché siamo cresciuti in un contesto interamente analogico. I divieti, i limiti che proviamo a mettere in campo per tutelare le ragazze e i ragazzi possono essere d’aiuto, ma non devono essere considerati come un rimedio assoluto per educare i figli a sostare in maniera virtuosa nel digitale. I "no" e le regole su ciò che si può e non si può fare servono, ma devono essere considerati un punto di partenza, non un punto di arrivo.
Un divieto può stabilire un confine e offrire una protezione immediata, ma da solo non può insegnare a un ragazzo come abitare il digitale in modo consapevole. È qui che torna centrale il nostro ruolo di adulti: il "no" deve essere spiegato e accompagnato, deve diventare un’occasione di confronto, per trasformarsi in pensiero critico e progressivamente in autonomia.
Naturalmente, questa non può essere una sfida affidata soltanto alle famiglie. Serve una reale corresponsabilità educativa, di tutti, in cui ciascuno faccia la propria parte per accompagnare i ragazzi in questa crescita.
Diciamolo, anche per noi adulti è tutto nuovo e a volte è complicato riuscire ad adattarsi. Quanto conta (anche) nel digitale l’esempio di noi adulti?
Ai tanti genitori che incontro ogni giorno, da oltre trent’anni, dico sempre che l’esempio è più potente di mille parole. Il digitale è un territorio relativamente nuovo anche per noi adulti e stiamo imparando ad abitarlo insieme ai nostri figli. Partiamo dalla coerenza: nell’uso che facciamo dello smartphone, nel tempo che trascorriamo online, ma anche nel linguaggio che utilizziamo sui social network e nel modo in cui ci comportiamo con gli altri. Non possiamo chiedere ai ragazzi consapevolezza e rispetto nel digitale se siamo noi i primi a dimenticarli.
Essere dei modelli per loro, però, non significa essere dei modelli perfetti. Il genitore perfetto non esiste, ma esiste il genitore credibile: colui che è capace di riconoscere un errore, anche davanti a un figlio, e di lavorarci sopra.
In fondo, educare attraverso l’esempio significa proprio questo: non mostrare un’infallibilità irreale, ma provare noi per primi, con i nostri limiti e la nostra coerenza, ad abitare il digitale nel modo in cui vorremmo imparassero ad abitarlo loro.
Lavorare sul rendere responsabili ragazzi e ragazze attraverso regole condivise è un’utopia? Come possiamo usare la curiosità verso ciò che a loro piace online per costruire un'alleanza su misura tra noi e loro?
Non credo sia un’utopia. Credo che l’ascolto, l’autenticità e l’assenza di giudizio siano competenze necessarie per affiancare i figli e consentire di entrare nel mondo digitale dei nostri figli senza farli sentire immediatamente controllati o giudicati. Essere curiosi e forti verso ciò che ci affidano attraverso i loro racconti permette di attivare una narrazione condivisa e di valore: chiedere loro cosa guardano, cosa li diverte, perché seguono una determinata persona o perché amano un videogioco significa interessarsi a una parte della loro vita. E quando un figlio sente che l’adulto è realmente interessato, senza partire con il “predicozzo”, è più facile costruire ascolto, fiducia e quindi anche responsabilità. È proprio da qui che può nascere il “Patto Educativo Digitale Familiare": non un elenco di divieti calati dall’alto, ma un accordo costruito insieme, con regole chiare e adeguate all’età e alle competenze di quel figlio. E naturalmente è un patto che deve evolvere nel tempo, perché crescendo cambiano le competenze, i bisogni e anche gli spazi di autonomia.
Voglio che sia chiaro: condividere le regole non significa rinunciare al ruolo di genitore. Significa aiutare un figlio a comprenderne il senso, perché possa progressivamente farle proprie. È così che il controllo può lasciare spazio alla responsabilità e alla crescita insieme ai figli.