Ciao!
Se ultimamente ti svegli ogni giorno con la sensazione di non sapere più cosa aspettarti; se ascoltare le notizie dal mondo ti dà le vertigini; se gli scenari raccontati al TG sembrano fare a gara di assurdità… vogliamo rassicurarti. Siamo nella stessa barca.
E allora, visto che almeno abbiamo la fortuna di navigarli insieme, questi giorni, afferriamo i remi e proviamo a tagliare le correnti e i mulinelli che potrebbero farci perdere la direzione. Il faro che ti invitiamo a seguire, come sempre, è quello delle parole. Quelle di cui sono fatte le notizie, i comizi, le leggi, e che possono essere utilizzate per chiudere confini o aprirli, assumersi responsabilità o spostarle, rendere accettabile o inaccettabile la realtà.
In questo numero del Megafono Giallo proviamo allora a fare una cosa semplice e necessaria: guardare da vicino come le persone dotate di potere – politico, istituzionale, mediatico – usino il linguaggio per orientare lo sguardo di chi le ascolta, o le legge, sul mondo. Perché il punto non è solo cosa succede. È chi lo racconta. E con quali parole.
Il potere di chiamare le cose
Si è parlato moltissimo
del discorso del primo ministro canadese a Davos. Nel suo intervento, Carney non solo ha descritto il declino "dell’ordine internazionale basato sulle regole” ma ha anche invitato le “potenze medie” come il Canada a cooperare sulla base di valori e interessi condivisi, per costruire insieme risposte più resilienti alle sfide globali.
Ordine,
valori,
cooperazione: Carney non ha fatto solo un discorso, ha rimesso mano al significato di parole date troppo per scontate.
È un’idea che ci ricorda Netily, la parola che abbiamo coniato per dire “la famiglia che ti scegli”, quella rete di legami costruiti su affinità, responsabilità e visioni comuni. Anche nella politica, come nella vita, il futuro non regge sulle gerarchie, ma sulle relazioni che scegliamo di coltivare. E sulle parole che usiamo per immaginarle.