Ciao!
In questi giorni una parola è tornata a farsi sentire con forza: libertà.
La libertà di
Alberto Trentini, finalmente tornato a casa dopo mesi di detenzione in Venezuela. Una libertà concreta, che riguarda una persona e una famiglia, ma che ci interroga anche sulla libertà di tutti e tutte noi, sui fragili equilibri che la governano in tanti, troppi ambiti: la libertà di un popolo di autodeterminarsi, per esempio, o quella di ogni individuo di disporre della propria immagine, del proprio corpo, della propria storia, senza dover temere appropriazioni o manipolazioni.
Accanto alla parola libertà, però, ce n’è un’altra che oggi appare sempre più fragile: verità. Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, immagini e dichiarazioni che spesso semplificano, distorcono, disumanizzano. Parole che urlano, che costruiscono consenso o paura, che occupano lo spazio pubblico senza farsi carico delle conseguenze. E allora la domanda non può più essere solo come scegliamo cosa dire, ma come ci difendiamo da un linguaggio che ogni giorno tenta di sottrarci libertà, senso e responsabilità.
Questa newsletter prova a stare proprio lì: nel punto in cui libertà e verità si incontrano – o si scontrano – ricordandoci che le parole non sono mai neutre. E che usarle con cura, oggi più che mai, è un atto di cittadinanza.
Il 3 gennaio 2026, le forze speciali degli Stati Uniti hanno arrestato e trasferito su suolo statunitense il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, entrambi accusati di narcotraffico e terrorismo. L’operazione, rivendicata come un “assalto spettacolare”, ha avuto conseguenze immediate e drammatiche sul piano politico e umanitario, aprendo nuovi profondi interrogativi sul ruolo degli Stati Uniti nello scenario globale e sulle conseguenze di questa linea d’azione.
Nei giorni successivi, Donald Trump non si è fermato. In una serie di dichiarazioni pubbliche ha rilanciato l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia, sostenendo che la sua acquisizione sarebbe necessaria per la sicurezza nazionale e lasciando intendere la possibilità di azioni unilaterali qualora il negoziato non fosse “facile”. Parallelamente ha minacciato Cuba, annunciando l’interruzione di ogni flusso di petrolio e risorse economiche e sollecitando l’isola a raggiungere un accordo con Washington. Senza scendere nel dettaglio degli sviluppi geopolitici e della gravità di quanto accaduto, descritto da Trump come applicazione diretta della “
Dottrina Donroe”, colpisce anche il modo in cui il Presidente comunica questi eventi.
Durante la conferenza stampa successiva all’operazione in Venezuela,
il Presidente degli Stati Uniti non ha mai utilizzato la parola “democrazia”. Al contrario, la parola “petrolio” è stata pronunciata ventisette volte. Sono numeri che parlano da soli, esplicitando in maniera molto chiara quali sono le motivazioni che hanno portato all’arresto di Maduro: la gestione delle risorse petrolifere del Paese e una serie di questioni di politica domestica, che ritornano anche rispetto alla Groenlandia e a Cuba.
"Se non lo facciamo con le buone, lo faremo con le cattive."
“NON CI SARANNO PIÙ PETROLIO O SOLDI A CUBA – ZERO! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.”
Come ha osservato Francesco Nicodemo, quello di Trump è un linguaggio che si caratterizza per la spettacolarizzazione estrema e che non si preoccupa di minimizzare la gravità dei fatti o delle dichiarazioni stesse. È una comunicazione che semplifica e distorce la realtà, trasformando eventi complessi in gesti di forza, immagini e slogan, mentre le conseguenze politiche, legali e umanitarie rimangono sullo sfondo. Ignorate.
Questa distorsione sistematica dei fatti trova la sua massima espressione non a caso sulla sua piattaforma proprietaria, Truth Social (letteralmente il “social della verità”). Non è solo questione di stile comunicativo, ma un vero e proprio atto che orienta percezioni, consenso e decisioni collettive per imporre quella che ritiene essere la sua verità. Il linguaggio smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un dispositivo di dominio pericolosissimo, soprattutto se nelle mani di una persona in una posizione di potere così rilevante a livello mondiale. Per questo è più importante che mai ricordare che leggere criticamente non solo cosa viene detto, ma anche cosa viene omesso, è un esercizio indispensabile.
Dalla cronaca ci arriva un ulteriore forte promemoria di cosa accade quando la libertà non è un diritto garantito, ma una conquista quotidiana; in Iran, dove la libertà di parola è sistematicamente repressa, la protesta torna a passare dai corpi e dalle immagini. In questi giorni ha fatto il giro del mondo
il video di una ragazza iraniana che accende una sigaretta usando l’immagine infuocata di Khamenei. Un gesto semplice, potentissimo, che non ha bisogno di slogan:
quando le parole vengono negate, l’immagine diventa linguaggio. Non racconta un’opinione, ma una verità vissuta sulla propria pelle. e di quanto immagini e parole, insieme, possano ancora essere strumenti di resistenza.
La comprensione è partecipazione
Hai mai pensato che la comprensione delle parole è una forma di partecipazione? Il progetto Europarole esiste proprio per assicurarsi che sia così per tutte e tutti, evitando che il linguaggio delle istituzioni europee – ricco di anglicismi, tecnicismi e formule poco chiare – rischi di creare distanze prima ancora che confronto.
Uno spazio prezioso per coltivare non solo la comprensione, ma anche inclusione e consapevolezza, in un contesto dove spesso il linguaggio viene utilizzato per impressionare o confondere. Puoi esplorarlo
qui.
L’IA non decide, le persone sì
Inutile girarci attorno, c’è sempre motivo per tornare a parlare di Intelligenza Artificiale. Del resto, il 2025 è stato raccontato come l’anno della sua definitiva affermazione, ma insieme alle opportunità sono emerse (e stanno emergendo) con forza anche le distorsioni e i limiti del suo utilizzo. Dalla
diffusione esagerata di deepfake erotici su X, dove gli utenti si appoggiano a
Grok per la manipolazione delle immagini, fino alla
ricerca di immagini sempre più “realistiche”, è ormai chiaro che
il nodo non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa.
È fondamentale dirlo chiaramente: l’IA non agisce da sola.
I deepfake non consensuali,
di cui abbiamo già parlato in passato,
non vengono creati spontaneamente da un algoritmo, ma sono richiesti, cercati, voluti da persone (spesso uomini) che desiderano vedere quei contenuti.
Spostare la responsabilità sulla tecnologia è una scorciatoia che rischia di rendere invisibile il problema reale: un contesto culturale che normalizza la violazione del consenso, anche quando passa da un’interfaccia digitale.
Più che interrogarci su cosa l’IA possa o non possa fare, dovremmo farci delle domande su cosa le chiediamo di fare e su quale responsabilità vogliamo assumerci quando utilizziamo uno strumento così potente.
Notizie, spunti, iniziative e trend: scelti e raccontati con attenzione, per te.
🎁 La
wrapped-mania è qui.
🎧 Un modo facile e veloce per imparare una parola nuova al giorno?
Questo podcast.
🔦 Alza la mano se anche tu hai creduto alla
teoria del Conformity Gate che ha fatto impazzire i social al termine dell’ultima stagione di Stranger Things.
👻
Una streamer che non esiste è anche quella con più abbonamenti su Twitch.
💻 Sul nostro blog abbiamo parlato di disabilità e
parole che aprono il mondo.
È uscito il Gender Gap Report 2025 a cura di INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche). Il rapporto evidenzia come la persistente esclusione delle donne dai percorsi STEM e dai ruoli decisionali nel settore tecnologico abbia conseguenze dirette anche sugli strumenti digitali e sui sistemi di Intelligenza Artificiale. Tecnologie spesso presentate come pensate per la sicurezza, la salute o il benessere femminile finiscono infatti per riflettere bisogni, priorità e soluzioni definiti da altri, proprio perché le donne sono ancora poco presenti nei processi di progettazione e sviluppo. Un promemoria semplice ma necessario: la tecnologia non è neutra e può rafforzare disuguaglianze già esistenti, invece di ridurle. Puoi leggere il report
qui.