Cosa succede al tuo cervello quando usi ChatGPT? | Parole O_Stili
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Cosa succede al tuo cervello quando usi ChatGPT?

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30/06/25

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Ciao!
Oggi ti raccontiamo del progetto a cui stiamo lavorando, che il 18 ottobre diventerà la nuova edizione di Parole A Scuola. Se nel 2018 facevi già parte della “Netily” di Parole O_Stili allora non è la prima volta che ci senti parlare di questa giornata di formazione gratuita, organizzata in collaborazione con l’Università Cattolica e l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.
Questa occasione di incontro e condivisione, dedicata a insegnanti, educatori, educatrici e genitori vuole essere un momento per rispondere ad alcune delle grandi domande e trovare nuovi strumenti per affrontare temi come l’educazione, il mondo digitale, le relazioni, l’orientamento, l’inclusione e la gestione dell’ostilità.
L’obiettivo? Costruire consapevolezza digitale, combattere disuguaglianze, stereotipi e pregiudizi e parlare di affettività e rispetto. Con uno sguardo diretto al futuro e parole che possono aiutarci a costruire un cambiamento positivo.
Lo faremo in più di 40 incontri tra panel, lezioni frontali e laboratori intensivi, e con l’esperienza e il know-how di una rosa di speaker che non vediamo l’ora di svelarti . Lo faremo nelle prossime settimane, qui e sui nostri profili social (e, se ancora non ci segui, questo è il momento perfetto per iniziare a farlo: ci trovi su Instagram, Facebook e Linkedin), ma intanto save the date!
Parole a scuola: save the date

Storie diverse, stesso odio

Questa settimana sui social (ma non solo) abbiamo letto diverse storie di persone che non hanno niente in comune tra di loro, unite però da un filo rosso: quello dell’aggressività verbale e dell’insulto.
Abbiamo iniziato con i video dello scontro tra il professor Giuseppe Sica, chirurgo al Policlinico di Tor Vergata, e una delle chirurghe della sua equipe. Negli audio dei contenuti che hanno rimbalzato l’episodio tra profili e piattaforme, si sente chiaramente l’uomo urlare con toni estremamente accesi e un rumore, descritto da alcune fonti come uno schiaffo, che la donna poi ha confermato esser stato un colpo violento alla nuca. Mentre la discussione tra l’Ateneo e la Regione Lazio prosegue a seguito del primo verdetto del comitato di garanzia del policlinico, con due voti su tre a favore del professore, sui social la conversazione si è polarizzata su due fronti contrapposti, tra commenti e contenuti che non mancano di esprimersi con toni accesi sulla vicenda.
L’ondata di odio ha investito anche le due ex campionesse di pallavolo e neo spose Gaia Moretto e Valentina Arrighetti. Le due atlete, che hanno celebrato il 13 giugno la loro unione civile, hanno condiviso qualche scatto della giornata sui loro profili Instagram, ricevendo in risposta commenti omofobi e sessisti. Un discorso analogo a quanto accaduto a Marco Mengoni, bersagliato da commenti e messaggi d’odio per aver indossato dei corpetti durante le tappe del suo ultimo tour italiano. In entrambi i casi, attacchi diretti alla libertà di espressione delle persone e alla loro identità.
L’odio non si è fermato neanche davanti alla prematura scomparsa del quarantacinquenne Gabriele Molteni, primario di Otorinolaringoiatria del Policlinico Sant’Orsola Malpighi. Il medico, che nel 2020 si era battuto a gran voce per lo sviluppo della profilassi contro il Covid-19, è stato oggetto di una bufera di insulti da parte della community dei No-Vax, che non hanno mancato di esprimersi con toni e parole inaccettabili, senza mezzi termini.
Facendo un salto indietro nel tempo, durante la campagna elettorale che ha portato poi Silvia Salis ad essere eletta sindaca di Genova, l’allora candidata aveva denunciato pubblicamente una serie di attacchi sessisti ricevuti, tra cui commenti paternalistici come “caruccia ma inesperta”. Una sorte condivisa anche da Silvia Cavanna, giovane candidata nella sua lista, a sua volta vittima di insulti violenti e sessisti sui social, spesso di stampo esplicitamente sessuale.
Tutti questi episodi mostrano una dinamica comune, che fa dell’insulto la risposta automatica e che porta all’instaurarsi di un clima che distrugge ogni possibilità di ascolto e di comprensione. Ma soprattutto, quando il linguaggio dell’odio e della violenza diventa ordinario, si tende a dimenticare la responsabilità che abbiamo nelle scegliere le parole che utilizziamo e l’impatto che hanno su ciò che ci circonda.
I social, così come ogni spazio digitale, sono un terreno particolarmente fertile per l’aggressività verbale, che si moltiplica e si nutre del consenso che raccoglie. Invece, soprattutto in caso di dissenso, è importante ricordare che esiste un’altra strada, che cerca il rispetto e la comprensione di ciò che ci appare complesso, senza semplificazioni, riconoscendo il valore dell’ascolto. È quella tracciata dai dieci punti del Manifesto della comunicazione non ostile, oggi più che mai una bussola che può aiutarci a raggiungere e a dare forma a un domani meno ostile. Online e offline.
Il Manifesto della comunicazione non ostile

La parola

Hai mai sentito parlare di offloading cognitivo? Si tratta dell’espressione con cui si indica l’atto del delegare a un supporto esterno, come un’intelligenza artificiale, ciò che normalmente viene fatto dalla mente umana. Un’esternalizzazione del pensiero critico, in sostanza.
Il MIT Media Lab ha analizzato questo fenomeno nel recente studio "Your brain on ChatGPT: Accumulation of cognitive debt when using an AI assistant for essay writing task”. L’obiettivo? Capire cosa succede nel cervello umano quando si scrive un testo con l’aiuto dell’AI.
I ricercatori hanno coinvolto 54 studenti e studentesse, la cui attività cerebrale è stata monitorata con un encefalogramma. Divisi in tre gruppi, hanno eseguito lo stesso compito – redigere un testo – ma con tre modalità diverse: in completa autonomia, utilizzando i motori di ricerca tradizionali e sfruttando un chatbot. Alla fine, è stato valutato quanto ricordavano del contenuto e quanto si sentivano coinvolti nel processo di scrittura.
I risultati parlano chiaro soprattutto rispetto alle persone appartenenti al gruppo a cui è stato chiesto di utilizzare l’IA:
  1. Connettività cerebrale ridotta fino al 55% rispetto a chi invece ha eseguito il compito facendo affidamento unicamente sulla propria creatività;
  2. Difficoltà a ricordare il contenuto dei propri scritti, solo il 16% degli appartenenti al gruppo è stato in grado di citarlo;
  3. Bassa percezione di ownership del testo, con una conseguente riduzione del senso di responsabilità rispetto alle scelte logiche, linguistiche e concettuali.
Ma c’è di più. Tra gli effetti dell’offloading cognitivo c’è anche una forma di dipendenza dall’IA nella fase di elaborazione delle idee. Quando il gruppo che a cui è stato detto di utilizzare strumenti digitali per scrivere è passato alla scrittura autonoma, è stato registrato un aumento dell’attività cerebrale. Che però non è tornata al livello di chi, invece, ha lavorato in autonomia. Al contrario, chi ha usato un chatbot per la prima volta ha registrato un piccolo picco iniziale, seguito però da una perdita di profondità cognitiva.
L’IA è uno strumento potente, che può alleggerire il carico, stimolare nuove idee e farci risparmiare tempo. Ma non può — e non deve — diventare un sostituto del nostro pensiero. Soprattutto nei contesti educativi, è fondamentale restare vigili su ciò che accade nella mente mentre impariamo, scriviamo, costruiamo un pensiero.
La domanda, allora, è semplice ma urgente: come possiamo abitare la scuola e l’università restando presenti nel processo, senza lasciare che a pensare al posto nostro siano le macchine? Ecco, questo è proprio una di quelle domande a cui proveremo a dare risposta il 18 ottobre, a Parole A Scuola.
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