Cinque parole per salutare il 2025 | Parole O_Stili
Tre palle da discoteca vicine, su sfondo nero.

Cinque parole per salutare il 2025

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29/12/25

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Ciao!
Mancano meno di tre giorni all’inizio di un nuovo anno e anche noi, lo ammettiamo, sentiamo profumo di bilanci nell’aria. Non quelli fatti di numeri o di elenchi spuntati mese dopo mese, ma quelli che nascono quando ci si ferma un momento a guardare dove siamo, come ci siamo arrivati e quali parole e fenomeni ci hanno accompagnato lungo il percorso.
Per salutare il 2025 abbiamo scelto di farlo così: raccogliendo proprio le parole che sono state scelte come le più significative e rappresentative dell’anno che si chiude. Non per stilare una classifica, ma per usarle come lenti attraverso cui osservare il presente, leggere le trasformazioni che si sviluppano attorno a noi e interrogarci su come stiamo abitando il digitale e le relazioni che lo attraversano.
È anche il nostro modo per augurarti un buon inizio, nella speranza che il nuovo anno porti tempo per la riflessione, curiosità per ciò che cambia e attenzione per le parole che scegliamo ogni giorno. Perché, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono proprio quelle, spesso, che ci permettono di fare la differenza.
Buona lettura e buon 2026 ✨

Un disperato bisogno di fiducia

Volendo parafrasare una celebre battuta de Il Diavolo veste Prada, si potrebbe dire che “c’è un disperato bisogno di fiducia”. E forse è proprio che questo che l’Enciclopedia Treccani ha scelto proprio questa come parola del 2025.
Non è da intendersi come un eccesso di ingenuo ottimismo, però, ma come una necessità fortemente radicata nel nostro presente e si identifica come ricerca di legami affidabili in un contesto fortemente instabile e sempre più polarizzato. Qui, in questo panorama ricco di fratture (ne abbiamo parlato qualche settimana fa, ricordi?), la fiducia non è né automatica né garantita. Al contrario, è un esercizio di costruzione che richiede tempo, responsabilità e ascolto.
Nel linguaggio quotidiano come in quello pubblico, fiducia significa credere che l’altro agirà con correttezza, che le parole abbiano un peso e che le promesse non siano solo formule. È un patto fragile ma essenziale, che tiene insieme relazioni, comunità e istituzioni. Non a caso, quando la fiducia viene meno, lo spazio vuoto che lascia si riempie di disorientamento e sospetto, contribuendo ad aumentare le distanze.
La scelta di Treccani sembra allora fotografare una direzione più che un traguardo: la consapevolezza che senza fiducia non c’è futuro condiviso, e che ricostruirla passa anche dal modo in cui comunichiamo, nominiamo le cose, ci assumiamo la responsabilità delle parole che usiamo.
Perché la fiducia, prima ancora di essere un valore, è una pratica quotidiana.

Quattro parole per raccontare chi siamo

L’Enciclopedia Treccani non è l’unico ente culturale che si impegna a scegliere la parola che ritiene essere più rappresentativa dell’anno. Anche i principali dizionari anglosassoni fanno lo stesso, contribuendo con il loro lavoro ad una più facile lettura delle trasformazioni che attraversano il nostro sistema comunicativo.
Il Cambridge Dictionary ha indicato parasocial, un termine che descrive relazioni costruite a senso unico, in cui una persona investe tempo, emozioni e aspettative in figure pubbliche o creator che non la conoscono e non possono ricambiare. Fa riferimento a rapporti che simulano intimità e percepiti come reali, ma che spesso amplificano la solitudine. Secondo Rolling Stone dietro questa decisione c’è anche Taylor Swift, ma il fenomeno riguarda anche la sempre più diffusa tendenza a instaurare relazioni con chatbot e intelligenze artificiali che, in caso estremi, possono sfociare in veri e propri matrimoni.
L’Oxford Dictionary ha scelto rage bite, espressione che indica contenuti progettati per suscitare rabbia e indignazione immediate. Non informano né approfondiscono, ma puntano a innescare reazioni viscerali, trasformando l’emozione in una leva di engagement e riducendo il confronto a scontro. Come ci ricorda Stefano Pasta in un articolo di Vita dedicato proprio a questo fenomeno, è importante tenere sempre a mente che «viviamo un tempo postdigitale caratterizzato da un’ibridazione continua tra online e offline. Esprimere il proprio dissenso senza lasciarsi adescare dalle fiammate d’odio è possibile: bisogna accettare la sfida di costruire uno spazio educativo di cittadinanza onlife».
Il Collins Dictionary ha invece puntato su vibe coding, un modo di scrivere codice che si basa sulla delega all’Intelligenza Artificiale. In parole semplici, lo sviluppatore o sviluppatrice ha il compito di elaborare un prompt in linguaggio comune, descrivendo con precisione i desiderata del progetto a cui sta lavorando, affidando ad un modello di IA il compito di sviluppare il codice vero e proprio. La parole, ha dichiarato il CEO di Collins Dictionary Alex Beecroft, «riflette un cambiamento linguistico e culturale profondo, il punto d’incontro tra autenticità umana e automazione intelligente» e descrive molto bene l’impatto che le tecnologie dell’IA hanno sulla creatività e la produttività.
Ultima, ma non per importanza, troviamo una parola che ti abbiamo già raccontato e che ci piace molto riproporre in quanto estremamente rappresentativa della realtà che viviamo. 6-7 è la scelta di Dictionary.com ed è un’espressione priva di significato preciso, fortemente rappresentativa della Generazione Alpha ed esplosa sui social, dove è diventata un ritornello virale, trasformando l’assurdo e il senza senso in un codice di appartenenza.
Nessuna di queste parole è stata scelta per caso: ognuna intercetta comportamenti, abitudini e trasformazioni che attraversano il nostro modo di comunicare e di stare in relazione. Conoscerle non significa inseguire la moda del momento o attribuire profondità a ciò che nasce come trend, ma riconoscere ciò che rivelano del tempo che viviamo, il modo in cui cambia la nostra idea di vicinanza, come ci affidiamo sempre più alla tecnologia, quale ruolo assumono le emozioni nell’economia dell’attenzione e con quale rapidità i significati si formano e si consumano.
Sono parole che nascono in ambiti anche molto specifici, ma non rimangono confinate lì. Modellano il quotidiano e influenzano il modo in cui interpretiamo la realtà, incidendo sulle relazioni e sulle comunità di cui facciamo parte. Per questo leggerle con consapevolezza diventa un primo passo per scegliere come vogliamo abitare questi spazi, con quale linguaggio, con quale responsabilità, con quale idea di relazione. Dentro e fuori dal digitale.

Bianco “Cloud Dancer” o Rosso “Genocidio”?

Pantone ha scelto come colore 2026 il bianco, tonalità “Cloud Dancer”, presentandolo come spazio di pausa e ripartenza dopo anni saturi. Ma secondo molti proclamare il bianco come colore dell’anno oggi significa ignorare il contesto in cui questo accade: negli Stati Uniti (ma non solo) il bianco è al centro di un dibattito acceso su privilegio, potere, rappresentazione e razzismo strutturale.
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Un caso che mostra uno scarto sempre più evidente tra chi comunica per astrazione estetica e chi legge i simboli a partire dalle fratture del presente. Ma nello spazio nato tra i margini di questo scollamento, ci sono progetti nuovi che trovano terreno fertile su cui germogliare. Un esempio? Volenti, la rete di professionisti e professioniste della comunicazione che chiede al settore di agire e prendere posizione sui diritti umani. La loro prima campagna, Potenti., usa il formato iconico del Color of the Year per ribaltarlo e trasformarlo in uno strumento di denuncia sulla crisi umanitaria in Palestina.
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I “Colori dell’Anno 2026” proposti dal progetto — Rosso Genocidio, Bianco Sudario, Grigio Macerie — vogliono essere un invito all’azione rivolto a chiunque lavori nell’ambito della comunicazione, per dare visibilità a cause e diritti, e alla riflessione, per capire come e da dove guardiamo ciò che scegliamo di raccontare.
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