Cosa c’è dietro l’ordinario?
Per giovani ragazzi e ragazze non è sempre facile riconoscere e gestire ciò che provano, soprattutto quando alle spalle hanno storie di vita complesse. Così anziché farle esplodere, a volte accade che alcune emozioni implodano, mentre da fuori apparentemente tutto tace. Ma è soprattutto lì dove non sembra esserci rumore, che è fondamentale scavare e agire. Perché spesso nell’ordinario si celano emozioni che necessitano di emergere
per poterle trasformare in qualcosa di utile e per riaccendere la speranza di guardare oltre. Per capire come si può fare questo processo di ricerca e comprensione della rabbia, a scuola e nella comunità, abbiamo fatto tre domande a
Andrea Margiacchi, educatore di Rondine Cittadella della Pace, associazione che da oltre trent’anni lavora con giovani provenienti da contesti di guerra.
Andrea, tu lavori ogni giorno con giovani che arrivano da zone di conflitto armato. Cosa portano dentro ragazzi e ragazze che hanno alle spalle una rabbia così estrema?
Sono giovani che arrivano e provano rabbia, ed è difficile dar loro torto: sono arrabbiati, impauriti, provano tristezza, delusione e frustrazione. Il nostro compito a Rondine è offrire un "luogo terzo", uno spazio neutro tra la coppia. La figura adulta è quel “terzo" tra coppie di nemici. In che senso coppie di nemici? Sono persone che concretamente starebbero l'una da una parte e l'altra dall'altra parte del fronte. La storia gli ha dato l'etichetta di nemici. Ma noi non nasciamo nemici, nasciamo persone.
L'odio, la violenza e il bene nascono all'interno di una relazione che genera o degenera. Nessun processo educativo o di pace può prescindere dall'umanità stessa, che è fatta di emozioni e pensieri. Il viaggio più lungo della vita non è quello per il mondo, ma probabilmente quei 20 centimetri che separano la testa dal cuore. Arrivano arrabbiati, sì, ma arrivano umani. Forse, attraverso questa rabbia, i ragazzi e le ragazze che scelgono questo percorso difficile dimostrano di non voler rimanere indifferenti e di voler entrare dentro un'umanità nuova.
Spesso diamo una connotazione negativa alla parola “conflitto” perché tendenzialmente evoca rivalità, difficoltà e scontro con l’altra persona. Ma tu sostieni che relazione e conflitto sono due facce della stessa medaglia. Come spiegheresti questo concetto a un insegnante che vive lo scontro in classe ogni giorno?
L'altra persona è difficile da sempre. Immagino la fase in cui un bimbo o una bimba vengono alla vita: è già tutto difficile, devono esprimere emozioni e magari le carezze delle altre persone danno loro fastidio. O in adolescenza, dove è generativo che ci sia un sano conflitto con le figure genitoriali per la crescita.
La parola conflitto, all'origine, è cum-fligere: è urto, scontro. Lo scontro o l'incontro avviene sempre tra parti diverse. Questa interazione genera un'energia: questa è la relazione. Per questo a Rondine diciamo che relazione e conflitto sono la stessa cosa, o due lati della stessa medaglia. Il punto è che l’energia che si crea, può poi generare o degenerare. Ma attenzione: evitare il conflitto è evitare la relazione. È non starci dentro, evitare le emozioni e l'umanità. Questo è un rischio grandissimo.
Mettersi nei panni di un altro individuo è difficilissimo. Per abbracciare la vita di una classe o di un giovane che cresce, dobbiamo accettare che conflitto e relazione vadano di pari passo. Stiamo vivendo tempi drammatici in cui le conseguenze della rabbia e della paura sono drammatiche, e cosa diciamo? "Non ci si deve arrabbiare". Ma cosa vuol dire? Anche nella scuola occorre accorgersi e inserire all'interno dell'anno scolastico un'attenzione a questo.
Come insegnanti o genitori capita di accorgersi che qualcosa non va solo quando scoppia un caso eclatante o un conflitto violento. Esistono dei segnali più sottili per riconoscere se un adolescente sta per esplodere e come possiamo allenare la nostra capacità di intercettarli prima che il disagio diventi un’emergenza?
Ci sono sempre dei segnali. Sempre. Il problema è che spesso cerchiamo lo straordinario: guardiamo se il gruppo litiga, se l’adolescente non ascolta, se abbandona la scuola. Andiamo sullo straordinario per essere ricettivi. La sfida – che parte da un cambio di cultura – è che il segnale sta nell'ordinario. Bisogna riportare l'attenzione all'ordinario, creando un sistema e un contesto che ponga lo sguardo sulla persona. Serve una cultura per arrivare un pochino prima.
Quando si va nello straordinario, quello che è un effetto diventa una causa e dobbiamo agire con metodi scolastici ed extrascolastici; ci vuole un’equipe di persone, dai legami di amicizia, alla famiglia, alle figure che educano, ai docenti, a psicologi e psicologhe. Mi piacerebbe che si parlasse di più non tanto della prevenzione quanto dell'ordinarietà. Nelle scuole superiori, il ragazzo o la ragazza in prima fila che è impeccabile è per me un segnale gigantesco. Forse più di chi manifesta rabbia con un comportamento palese. Chi è impeccabile è nel pieno dello sviluppo adolescenziale: segnali ovunque. La sfida è porre l'attenzione alla persona e alla sua crescita a 360 gradi attraverso la materia e l’insegnamento.
Quest'intervista è tratta dal webinar con Andrea Margiacchi e Valentina Tollardo "Abitare la rabbia. Il conflitto e la relazione", secondo evento del ciclo "Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto".