Ciao!
Questo numero del Megafono Giallo arriva alla vigilia del 25 novembre, la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E noi, che come sempre vogliamo raccontare la realtà attraverso la lente del linguaggio, non possiamo fare a meno di riflettere su come le parole possano essere usate per perpetuare ingiustizie o, al contrario, contrastare ogni tipo di abuso.
La violenza di genere non si manifesta solo nei gesti e nei fatti più drammatici, ma anche nelle parole, nei racconti e nelle narrazioni che abitano la nostra quotidianità. È lì che comincia, come un brusio apparentemente innocuo: in una battuta che sminuisce, in un commento che riduce un essere umano a un bersaglio, in un titolo che trasforma il dolore in spettacolo.
Oggi proviamo a fermarci proprio in quella zona d’ombra dove la violenza del linguaggio si confonde con la normalità. Per combattere la violenza è fondamentale individuarla e nominarla: perché dare nome alle cose è sempre il primo modo per cambiarle.
Le notizie degli ultimi giorni sono accomunate da un filo sottile ma resistente: la violenza verbale e simbolica che non appare come eccezione, ma come routine.
Quando
Donald Trump si rivolge a una giornalista dicendole “zitta, porcellina”, non si tratta di un “semplice” insulto (spoiler: nessun insulto è mai “semplice”), ma di un potente contributo a un modello linguistico basato sulla violenza, che normalizza e autorizza l’uso di un linguaggio che ferisce e mortifica.
C’è chi allora non ha remore a condividere dichiarazioni aberranti anche sul web, come
l’ex senatore Vincenzo D’Anna, che ha commentato un post su Valentina Pitzalis (cosparsa di benzina e data alle fiamme dal marito nel 2011) con l’agghiacciante frase “
Perché c’è a chi piace cruda e a chi cotta la moglie”. Chi scrive non si accontenta di fare oltraggiosa ironia su una tragedia ma va oltre, disumanizzando il suo “bersaglio” per ridurlo a qualcosa che sembra meritare ancora meno la sua empatia: un pezzo di carne. Certo il lavoro da fare è ancora tanto e lo dimostra il fatto che, nel contesto di una conferenza contro il femminicidio, persino un ministro dello Stato italiano possa dichiarare che
sia il codice genetico dell’uomo a impedirgli di riconoscere la parità di genere.
La normalizzazione della violenza passa anche da un meccanismo che conosciamo bene, ma che facciamo fatica a nominare:
la pornografia del dolore. La copertura mediatica del caso del bambino ucciso a Muggia, in provincia di Trieste, ne è un esempio evidente: dettagli intimi messi in prima pagina, titoli costruiti per scioccare.Quando la tragedia viene trattata così, perdiamo il senso del limite e non ci indigniamo più, ci abituiamo. Il confine tra informare e sfruttare si assottiglia, e la violenza entra nel linguaggio come se fosse un registro naturale, persino atteso.
Il tema è estremamente complesso. Per provare a portare un po’ di chiarezza, abbiamo provato ad approfondire con
Carolina Capria, che da anni lavora sui meccanismi con cui il linguaggio costruisce immaginari, stereotipi e forme di violenza invisibile, soprattutto contro le donne. Sua è anche la prefazione di “
Non è normale che sia normale”, il libro a cura di
Fondazione Libellula in uscita domani, 25 novembre. Vi consigliamo di seguire Carolina Capria
nella sua attività di divulgazione per apprezzarne la straordinaria capacità di rendere accessibili temi complessi, smontando narrazioni tossiche che spesso passano per normali.
Nel tuo lavoro mostri spesso come la violenza non inizi con un gesto, ma con un immaginario: parole, narrazioni, modi di raccontare il dolore. Cosa significa, per te, “normalizzare” la violenza nella comunicazione? Quali sono i suoi segnali più sottili, come allenarsi a riconoscerli?
La violenza prima di presentarsi come tale, quindi come qualcosa di deplorevole, si radica nella società attraverso una serie di convinzioni e comportamenti che ci paiono “normali”. Se guardiamo per esempio alle canzoni e ai film, ma in generale alle storie con le quali siamo cresciute e cresciuti, ci rendiamo conto che nella maggior parte dei casi la gelosia, anche quando oppressiva e repressiva, viene considerata come nobile espressione di un amore intenso e passionale e non come manifestazione di una visione relazionale legata al possesso e al dominio.
Pochi giorni fa due ministri della Repubblica hanno fatto delle dichiarazioni che ben aiutano a comprendere cosa significhi “normalizzare la violenza” anche nel linguaggio che usiamo. Il ministro della giustizia Nordio ha affermato che gli uomini faticano ad accettare la parità femminile perché non sono geneticamente predisposti a farlo. In altri termini, quello che ha fatto Nordio è stato dire agli italiani che il predominio degli uomini sulle donne è qualcosa che dobbiamo accettare, perché inscritto nel nostro genoma. Poche ore dopo la Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Roccella, nel corso di un’intervista ha affermato: “Certo, ogni donna che viene uccisa è troppo, ma bisogna anche fare l’inverso: ogni donna che non viene uccisa è un fatto positivo”. Cosa ci dice questa frase? Che la violenza di genere è una fatalità rispetto alla quale è impossibile adottare contromisure. Io gioisco per la mia sopravvivenza se scampo a un terremoto o a un uragano, a qualcosa quindi che l’essere umano non può impedire avvenga, non se non vengo uccisa da qualcuno che non accetta la mia libertà e autodeterminazione.
Dobbiamo partire dall’assunto che il linguaggio che usiamo è espressione della società in cui viviamo, quindi va messo in discussione e analizzato, e non va mai considerato neutro.
Online è facile imbattersi in contenuti che normalizzano stereotipi e violenza di genere, e non a caso il dibattito sull’età “giusta” per dare uno smartphone ai più piccoli è sempre più acceso. Al di là dei divieti, cosa può fare un adulto per accompagnare bambine e bambini in un uso del digitale che promuova rispetto e parità?
Mi limiterò a dire una sola cosa: i bambini e le bambine ci guardano e imparano che adulti essere attraverso quello che vedono.
Se hanno la possibilità di osservare dei genitori che tra loro hanno un rapporto paritario, che non sono ingabbiati in ruoli prestabiliti ma collaborano nella gestione delle incombenze familiari, se riconoscono nei comportamenti degli adulti di riferimento il rispetto e la cura verso l’altro, faranno loro, anche inconsciamente, uno sguardo e un atteggiamento che gli consentiranno di mettere in discussione ciò che la società gli proporrà.
Quindi per prima cosa domandiamoci: ma io come mi comporto? Che esempio offro a ragazzine e ragazzini che mi guardano? Perché indipendentemente dalla nostra volontà, noi siamo un esempio, e con questa responsabilità dobbiamo fare i conti.
Nei tuoi libri e nei tuoi progetti emerge l’idea che il linguaggio sia un luogo in cui si costruiscono possibilità, limiti e identità. In un contesto mediatico così rumoroso, come può una persona comune esercitare un uso delle parole che sia davvero trasformativo, per sé e per chi la circonda?
Dando valore alle parole, anche quando ci sembra che non ne abbiano. Ogni tanto, per esempio, si riaccende per un motivo o per un altro il dibattito sui femminili nelle professioni di rilievo – avvocata, magistrata, architetta, e via dicendo – e si sottolinea come quella per il riconoscimento delle donne in alcuni ambiti di lavoro a prevalenza maschile, sia una battaglia di poco valore.
Eppure l’ostilità nei confronti di alcune parole previste dalla nostra lingua e semplicemente poco utilizzate, ci racconta altro, perché ci parla di un assetto di potere ben radicato. Del resto, se la nostra presidente del Consiglio vuole essere chiamata “Il presidente” e non “la presidente” come sarebbe corretto secondo la grammatica, è perché convinta che sia importante ribadire che il potere è maschile anche quando a esercitarlo è una donna.
Il martedì nero di internet
Alza la mano se la settimana scorsa hai risentito dell’improvviso
down massiccio di numerose piattaforme e servizi digitali su cui facciamo affidamento ogni giorno. Se lo hai fatto, sei in buona compagnia: l’interruzione del servizio del provider infrastrutturale Cloudflare, avvenuta martedì 18 novembre 2025, ha paralizzato l’attività di milioni di persone in pochi minuti.
La peculiarità di questa situazione, che ha creato un po’ di scompiglio anche nel nostro team, ci ha fatto riflettere su quanto la nostra quotidianità, professionale ma anche personale, sia diventata estremamente dipendente da un numero molto limitato di infrastrutture digitali e di come sia sempre più data per scontata la disponibilità di certe piattaforme. Dimenticando come il nostro “essere online” dipenda da un sistema delicato e interconnesso.
Episodi come questo non ci invitano solo a fare i conti con un disservizio, ma sono un’occasione per riportare l’attenzione su quanto sia importante coltivare consapevolezza rispetto agli strumenti che usiamo ogni giorno. Capire come funzionano le piattaforme a cui ci affidiamo, e quanto influenzino le nostre scelte, ci permette di abitare il digitale con maggiore autonomia. È da qui che nasce un uso più attento, critico e responsabile della tecnologia: non per temerla, ma per viverla con attenzione e sicurezza.
Le nuove indicazioni della Società Italiana di Pediatria — che suggeriscono di posticipare l’uso autonomo dello smartphone fino ai 13 anni per tutelare sonno, linguaggio e attenzione — hanno riacceso la discussione su come accompagnare i più piccoli nel mondo digitale.
Un tema complesso, che non
riguarda solo divieti o limiti di età, ma
soprattutto come gli adulti costruiscono contesto, presenza e consapevolezza attorno agli strumenti tecnologici.
Nel 2023, molto prima che queste linee guida venissero diffuse, la campagna “Ora che lo so”, realizzata con il Comune di Bergamo, aveva già portato l’attenzione su un punto chiave: non è il dispositivo in sé quello su cui dovremmo interrogarci, ma la qualità dell’esperienza che gli ruota intorno. Mostrava che il digitale può entrare nella vita dei bambini, ma che ha bisogno di tempi, modi e soprattutto di adulti che sappiano orientarlo.