È arrivato quel momento dell’estate che tante persone attendono trepidanti: il ritorno di
Temptation Island, il programma italiano che mette alla prova la fiducia tra coppie facendole vivere in due isole separate per qualche settimana, in mezzo a una schiera di tentatori e tentatrici. Da un po’ di anni questo show è
un vero e proprio rito estivo, con ascolti alle stelle e una scia di contenuti, tra spezzoni e meme, che nei giorni successivi alla puntata animano la conversazione sui social e non solo. La sua portata è tale che spesso anche chi dice che non guarderebbe mai questo genere di trasmissioni, vuoi o non vuoi, finisce per essere trascinato in questo uragano del trash.
Ma come ha fatto a diventare un fenomeno di questa portata? Da un lato, la cosiddetta
tv spazzatura è diventata un po’
il pretesto per recuperare un’abitudine che sembrava andato persa, quella di riunirsi per guardare un programma in compagnia e commentare con leggerezza. Dall’altro,
Temptation Island mette in luce conflitti universali come tradimenti, fragilità e zone d’ombra delle relazioni, puntando sul
fascino che inevitabilmente si prova nell’essere testimoni delle debolezze altrui. E funziona, forse proprio perché, in qualche modo, in quelle dinamiche spesso tossiche e disfunzionali riconosciamo
il riflesso di situazioni e paure che ci appartengono. C’è un dato che non andrebbe ignorato, però, e che riguarda le persone che lo seguono: a fronte di un aumento generale degli ascolti,
la fascia d’età più interessata è quella più giovane, che include ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni. E così, in un momento storico dove
lo spazio dedicato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è pressoché inesistente,
Temptation Island diventa uno degli standard di riferimento a disposizione delle nuove generazioni su questi temi, con il rischio che la normalizzazione di tutto ciò che il reality spettacolarizza possa trasformare
dinamiche di controllo, gelosia morbosa e stereotipi di genere in modelli relazionali desiderabili, che non sono e non dovrebbero essere mai un esempio.
Ogni anno, a giugno,
i colori del Pride riempiono piazze, vetrine e social network. Quest’anno non ha fatto eccezione e, accanto alle persone e alle associazioni che da decenni portano avanti questa battaglia, anche aziende e istituzioni hanno scelto di prendere posizione con campagne e iniziative a supporto dei diritti della comunità LGBTQIA+.
Diesel e Tinder, ad esempio, hanno lanciato una campagna dedicata alle relazioni e all'identità queer, accompagnata da una donazione a Outright International.
Apple ha presentato la nuova Pride Collection, legata anche a contenuti e strumenti digitali dedicati, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha lanciato la campagna "
Trans Rights Are Human Rights", ha creato il primo Ufficio LGBTQIA+ della città e stanziato 15 milioni di dollari per le cure di affermazione di genere.
Questi che hai appena letto sono solo alcuni esempi delle tante iniziative che, nel corso di giugno, sono state realizzate in tutto il mondo. Ad accomunarle, però, c’è anche una domanda che torna puntuale ogni anno: attivarsi durante il mese del Pride rappresenta un impegno davvero autentico e duraturo o è, invece, rainbow washing?