Una clessidra di vetro con sabbia nera che scorre, posizionata su un piano scuro contro una parete grigia strutturata.

Temptation Island, Madonna e l’ageismo

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06/07/26

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Ciao!
È arrivato quel momento dell’estate che tante persone attendono trepidanti: il ritorno di Temptation Island, il programma italiano che mette alla prova la fiducia tra coppie facendole vivere in due isole separate per qualche settimana, in mezzo a una schiera di tentatori e tentatrici. Da un po’ di anni questo show è un vero e proprio rito estivo, con ascolti alle stelle e una scia di contenuti, tra spezzoni e meme, che nei giorni successivi alla puntata animano la conversazione sui social e non solo. La sua portata è tale che spesso anche chi dice che non guarderebbe mai questo genere di trasmissioni, vuoi o non vuoi, finisce per essere trascinato in questo uragano del trash.
Ma come ha fatto a diventare un fenomeno di questa portata? Da un lato, la cosiddetta tv spazzatura è diventata un po’ il pretesto per recuperare un’abitudine che sembrava andato persa, quella di riunirsi per guardare un programma in compagnia e commentare con leggerezza. Dall’altro, Temptation Island mette in luce conflitti universali come tradimenti, fragilità e zone d’ombra delle relazioni, puntando sul fascino che inevitabilmente si prova nell’essere testimoni delle debolezze altrui. E funziona, forse proprio perché, in qualche modo, in quelle dinamiche spesso tossiche e disfunzionali riconosciamo il riflesso di situazioni e paure che ci appartengono.
C’è un dato che non andrebbe ignorato, però, e che riguarda le persone che lo seguono: a fronte di un aumento generale degli ascolti, la fascia d’età più interessata è quella più giovane, che include ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni. E così, in un momento storico dove lo spazio dedicato all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è pressoché inesistente, Temptation Island diventa uno degli standard di riferimento a disposizione delle nuove generazioni su questi temi, con il rischio che la normalizzazione di tutto ciò che il reality spettacolarizza possa trasformare dinamiche di controllo, gelosia morbosa e stereotipi di genere in modelli relazionali desiderabili, che non sono e non dovrebbero essere mai un esempio.

Pride, rainbow washing e diritti che mancano ancora

Ogni anno, a giugno, i colori del Pride riempiono piazze, vetrine e social network. Quest’anno non ha fatto eccezione e, accanto alle persone e alle associazioni che da decenni portano avanti questa battaglia, anche aziende e istituzioni hanno scelto di prendere posizione con campagne e iniziative a supporto dei diritti della comunità LGBTQIA+. Diesel e Tinder, ad esempio, hanno lanciato una campagna dedicata alle relazioni e all'identità queer, accompagnata da una donazione a Outright International. Apple ha presentato la nuova Pride Collection, legata anche a contenuti e strumenti digitali dedicati, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha lanciato la campagna "Trans Rights Are Human Rights", ha creato il primo Ufficio LGBTQIA+ della città e stanziato 15 milioni di dollari per le cure di affermazione di genere.
Questi che hai appena letto sono solo alcuni esempi delle tante iniziative che, nel corso di giugno, sono state realizzate in tutto il mondo. Ad accomunarle, però, c’è anche una domanda che torna puntuale ogni anno: attivarsi durante il mese del Pride rappresenta un impegno davvero autentico e duraturo o è, invece, rainbow washing?
Su sfondo bianco, fumetto rettangolare sfumato dall'arancione al viola, contenente la scritta bianca "Love bombing". In basso compare il logo "Dubby -INCLUSIONE SENZA TERMINE".
Il rainbow washing indica tutte le iniziative sociali o di marketing finalizzate a presentare una realtà o un prodotto come LGBTQIA+ friendly, con l’obiettivo di aumentare il consenso. Ne abbiamo parlato qui.
La distinzione non è sempre facile da fare e la disinformazione non ci aiuta: durante il Pride month Facta ha smascherato un video generato con l'intelligenza artificiale che mostrava un bambino buttare una bandiera arcobaleno nel cassonetto, costruito appositamente per alimentare l’omotransfobia. È una conseguenza del contesto in cui il Pride si svolge, che non è fatto solo di campagne e celebrazioni. Nello stesso periodo in cui molte città si riempivano di manifestazioni e bandiere arcobaleno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che i singoli stati possono vietare alle atlete trans di gareggiare nelle categorie femminili nelle scuole pubbliche. In Georgia, dopo anni di leggi sempre più restrittive le organizzazioni per i diritti LGBTQ+ stanno chiudendo e molte persone attiviste si sono rifugiate all'estero. E in Italia, secondo il report 2026 di Arcigay, essere una persona LGBTQIA+ significa ancora esporsi a un rischio concreto di violenza in tutti i contesti di vita.
Il Pride non è una festa in contraddizione con tutto questo: è una risposta alla violenza, alla mancanza di diritti e all’odio. E il modo in cui brand, istituzioni e persone scelgono di abbracciare questa causa nel resto dell’anno dice qualcosa di molto preciso su ciò che considerano essere davvero importante.

Il problema non è l'età

Madonna è la protagonista della cover di Vogue Italia di luglio. La pubblicazione arriva in coda all’uscita del suo ultimo album e di una lunga serie di polemiche e discussioni nate a fine aprile, dopo la sua performance sul palco del Coachella al fianco di Sabrina Carpenter. Sui social il dibattito si è rapidamente polarizzato: da un lato chi sosteneva che, a 67 anni, avrebbe dovuto "farsi da parte"; dall'altro chi faceva notare come una reazione simile difficilmente avrebbe accompagnato un artista uomo della stessa età.
Copertina di Vogue Italia con la scritta "Dance with Madonna" su sfondo rosa. La frase incrocia il corpo della celebrità in una posizione teatrale di camminata o corsa con i tacchi.
© Vogue Italia
La questione, in realtà, va ben oltre Madonna. Pochi giorni fa anche Olivia Cooke, interprete di Alicent Hightower in House of the Dragon, ha raccontato quanto sia strano interpretare una nonna sullo schermo a poco più di trent'anni, osservando che il pubblico "non vuole vedere le donne invecchiare".
Questa frase fotografa molto bene un meccanismo culturale ancora molto radicato: alle donne non viene semplicemente chiesto di invecchiare, ma viene chiesto di farlo senza che si veda. Di rimanere giovani abbastanza da essere considerate desiderabili, ma non troppo presenti da risultare fuori posto. Di continuare a essere competenti, ma senza occupare troppo spazio. È un doppio standard che raramente riguarda gli uomini, ai quali l'età continua invece a conferire autorevolezza, fascino o esperienza, e si chiama ageismo.
L’ageismo non riguarda soltanto la data di nascita, ma le aspettative che la società costruisce attorno a essa. Per le donne queste sono spesso molto più rigide ed esiste una linea di demarcazione molto precisa che, una volta superata, richiede di non vestirsi più in un certo modo, di non esporsi, esibirsi o semplicemente continuare a occupare uno spazio pubblico visibile.
Il punto di frizione che spiega tutto il rumore attorno a Madonna, allora, non sono i suoi 67 anni, ma il fatto che nonostante i suoi 67 anni abbia scelto di vivere in piena vista, senza chiedere il permesso a nessuno. Una sfumatura sottile, dalle implicazioni enormi, che ci ricorda quanto il corpo delle donne continui a essere percepito come qualcosa di pubblico, sempre esposto al giudizio e sottoposto a una scadenza sociale che, semplicemente, non dovrebbe esistere.
Bocconi consapevoli con bordo del testo sbriciolato come se fosse stato mangiato.
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Appuntamenti

9 luglio
Ore 15.30 | Saremo alla Camera dei Deputati (Sala della Regina, Roma) per l'incontro “NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno”. In occasione della presentazione della II edizione del Rapporto Dedalo, la Presidente di Parole O_Stili Rosy Russo terrà un intervento ispirazionale all'interno di un panel istituzionale volto ad analizzare le sfide della transizione demografica, del mercato del lavoro e dell'inclusione delle nuove generazioni.
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