Una persona che tiene un fitness tracker al polso e un smartphone nell'altra mano.

Gandalf 🤝Papa Leone XIV

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01/06/26

Immagine header il Megafono giallo
Ciao!
Ci sono momenti in cui sembra che tutto ci chieda di andare più veloce: le notizie, i social, gli algoritmi, perfino il nostro tempo libero.
Eppure, guardando le storie che abbiamo raccolto questa settimana, la sensazione è che molte abbiano qualcosa in comune: l'invito a rallentare abbastanza da recuperare il contesto. A non fermarsi al numero che misura il nostro benessere, alla clip che riassume una conversazione, al titolo che anticipa una storia.
Perché comprendere davvero qualcosa richiede ancora tempo, attenzione e la disponibilità a restare dentro la complessità. Qualità che oggi sembrano sempre più rare e, proprio per questo, sempre più preziose.
Buona lettura!

Stiamo bene davvero?

Sempre più spesso la risposta a questa domanda passa da uno schermo. Contiamo passi, calorie, ore di sonno e frequenza cardiaca, misuriamo il nostro benessere attraverso dati che promettono di raccontarci chi siamo, come stiamo e ci suggeriscono come potremmo stare meglio. Sono tutti strumenti utili, che possono aiutarci ad avere maggiore consapevolezza, ma aprono la strada ad un interrogativo sempre più pressante: cosa succede quando il numero diventa più importante dell’esperienza che dovrebbe descrivere?
Collage di foto di un fitness tracker in vari momenti: qualità del sonno, recupero e consigli di fitness
Lo sport è uno degli esempi più evidenti. Tra Garmin, Apple Watch e applicazioni come Strava, l’attività fisica si è trasformata in qualcosa che può essere registrato, condiviso e costantemente confrontato. È un fenomeno così diffuso che sui social è facile incappare in contenuti che ironizzano sulle statistiche realizzate da questi dispositivi o che scherzano sul fatto che se non hai registrato l’allenamento su Strava allora non puoi dire di esserti allenato o allenata per davvero. Qualcosa di simile a quello che si diceva una volta: l’hai mangiato davvero, se non l’hai postato su Instagram?
Ironia e meme a parte, l’aspetto problematico di questa abitudine non è la tecnologia in sé, ma il rapporto che costruiamo con essa e che ci porta a credere che una corsa valga solo se registrata e postata o che sia normale sentirsi in colpa durante una giornata di riposo perché non siamo abbastanza produttivi. Questa logica non si ferma allo sport. Abitiamo un ecosistema in cui quasi ogni nostra azione lascia una traccia e produce dati. Le informazioni sulle nostre abitudini, i nostri spostamenti e i nostri comportamenti sono diventate una delle risorse più preziose dell’economia contemporanea. Non a caso il mercato globale dei data broker vale centinaia di miliardi di dollari e continua a crescere, tanto da far parlare di una nuova forma di lusso: quello della privacy.
Forse è anche per questo che la disconnessione è diventata un desiderio (ma anche un bisogno) così diffuso. Sempre più persone cercano occasioni per tornare a vivere esperienze non mediate da uno schermo, senza notifiche, classifiche o metriche da controllare. I brand lo hanno capito bene. Pinterest, per esempio, ha recentemente lanciato campagne che invitano gli utenti a chiudere l’app e trasformare l’ispirazione trovata online in esperienze da vivere offline. Airbnb, invece, sta investendo sempre di più su proposte di vacanza come occasione di presenza e immersione nel mondo reale, lontano dalla logica della connessione permanente.
Ma c’è una contraddizione difficile da ignorare: anche la disconnessione è diventata un mercato. Viene raccontata, venduta e promossa dagli stessi attori che prosperano sulla nostra attenzione e sui nostri dati. E così ci ritroviamo a cercare il silenzio negli stessi luoghi che, per anni, ci hanno insegnato a non restare mai davvero soli con noi stessi.

Cosa ci fa Gandalf nell’enciclica di Leone XIV?

La settimana scorsa è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV, un testo che tocca nodi centrali del nostro presente in modalità inattese e che ha destato interesse già prima della sua presentazione, con 38.000 menzioni online tra il 17 e il 24 maggio, di cui l’86% positive.
Come avrai sicuramente già letto nei giorni scorsi, a catturare l'attenzione non sono stati soltanto i temi affrontati, che spaziano dall’intelligenza artificiale alle guerre, passando per il ruolo della tecnologia nella società, ma anche il linguaggio scelto per raccontarli. Per la prima volta in un’enciclica trovano spazio riferimenti che appartengono apertamente alla cultura pop e all’immaginario contemporaneo, come Steven Spielberg, Pablo Picasso, Beethoven e Platone. C’è spazio anche per una citazione del celebre Gandalf del Signore degli Anelli che, davanti all’immensità degli algoritmi, ci ricorda che non dobbiamo (e non possiamo) controllare il mondo, ma abitarlo con responsabilità e consapevolezza, attraverso la cura delle piccole cose quotidiane.
I riferimenti smaccatamente popolari hanno animato anche le conversazioni di TikTok, X e tante community online come Reddit che hanno partecipato attraverso meme, commenti ironici e accesi dibattiti.
meme di papa Leone XIV che condivide di aver iniziato un nuovo lavoro presso Anthropic come AI Safety Consultant
A fare notizia è stata anche la presentazione dell’enciclica: per la prima volta un Pontefice ha partecipato direttamente all’evento e ha scelto di dialogare anche con esponenti del mondo tecnologico, tra cui Chris Olah, co-fondatore di Anthropic.
Eppure, nonostante l’attenzione riservata all’intelligenza artificiale, Magnifica Humanitas sembra voler parlare soprattutto di altro. E lo testimonia molto bene la presenza nel testo della parola “dignità”, che compare ben 101 volte, invitandoci a riflettere su quale sia il nostro ruolo e ciò che davvero conta quando si parla di questi argomenti.

La clip è diventata il contenuto

Per molto tempo i contenuti brevi (o clip) hanno avuto la funzione precisa di invitarci ad approfondire. Il trailer serviva a farci vedere il film, la sinossi aveva il compito di invogliare a leggere il libro e l’estratto creava hype rispetto all’ascolto del podcast.
Oggi, però, non è più così. Viviamo nella Clip economy, dove la clip non è più la porta d’ingresso verso il contenuto principale ma è diventata il contenuto principale. Lo dice molto bene Francesco Oggiano in una recente uscita della sua newsletter, sottolineando come sempre più spesso incontriamo idee, opinioni, interviste e dibattiti attraverso frammenti di pochi secondi che vivono autonomamente su TikTok, Instagram o YouTube Shorts.
Un esempio? TBPN è un podcast tecnologico che raggiunge poche migliaia di spettatori per episodio — numeri modesti, sulla carta. Eppure OpenAI lo ha acquistato per circa 200 milioni di dollari. Il motivo è semplice: le clip estratte da quelle stesse puntate raccolgono centinaia di migliaia di visualizzazioni ciascuna. Per una parte consistente del pubblico, il contenuto non è l'episodio completo, ma le clip che lo raccontano a spezzoni.
C'è un bisogno reale dietro a questo fenomeno: in un flusso infinito di informazioni come quello dei feed, le clip aiutano a orientarsi e a scoprire rapidamente ciò che potrebbe interessarci. Ma non c’è niente di casuale in tutto ciò, perché esistono agenzie specializzate nel clipping, ovvero la selezione dei momenti da estrarre, delle frasi da evidenziare e delle emozioni da mettere in primo piano, con l’obiettivo di far sembrare tutto il più spontaneo possibile. Se per anni ci siamo chiesti cosa meritasse la nostra attenzione, oggi forse dovremmo iniziare a chiederci anche chi ha deciso cosa meritasse attenzione. Perché una clip può essere un ottimo punto di partenza, ma diventa più complicato quando finisce per essere anche il punto di arrivo.
Bocconi consapevoli con bordo del testo sbriciolato come se fosse stato mangiato
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Appuntamenti

5 giugno
Ore 16.00 | Rosy Russo modererà la tavola rotonda "Il linguaggio e la parola: divisioni prima della guerra" al YouTopic Fest 2026 di Rondine Cittadella della Pace. L'evento sarà un'occasione per analizzare l'uso divisivo del linguaggio nella politica e nei media e riscoprire nella parola la chiave per ricostruire le relazioni umane.
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