La diversità non è un concetto astratto, ma qualcosa che sperimentiamo realmente sin dalla giovane età, in famiglia, a scuola e nella vita.
Saperla accogliere però, richiede un allenamento quotidiano del nostro sguardo sul mondo, sulle altre persone, ma anche su di noi. Da un lato significa imparare ad accorciare le distanze, senza colmarle a tutti i costi con le nostre aspettative, e dall’altro significa accettare la nostra unicità in una società che spinge al conformismo.
Abbiamo chiesto a Matteo Bussola, scrittore, fumettista e autore radiofonico, di aiutarci a esplorare la differenza per trovare i punti di contatto e di scambio, anche tra generazioni diverse.
Quando parliamo di inclusione e rispetto dell'altra persona, tendiamo spesso a rivolgere lo sguardo all'esterno, verso la società o la scuola. Eppure, le prime dinamiche di accoglienza e di scontro con la diversità nascono spesso tra le mura di casa. Da dove nasce la difficoltà, per un genitore, di confrontarsi con la reale identità di un figlio o una figlia?
La cosa che da genitore mi sento di dire è che il primo “altro” di cui facciamo un'esperienza veramente radicale è nostro figlio. Perché? Perché noi genitori, chissà perché, abbiamo questa specie di convinzione quasi archetipica che chi nasce da noi venga al mondo per piacerci, cioè per essere come noi lo abbiamo immaginato. Su di loro investiamo aspettative, immaginiamo progetti. Di più ancora: direi che in questa società della performance in cui purtroppo tutti siamo immersi, cediamo alla tentazione di voler validare la nostra prestazione di genitori attraverso i risultati di figli e figlie.
E allora il messaggio che si veicola subliminalmente, e che secondo me è molto pericoloso, è che l'amore possa c'entrare in qualche modo con il merito. Il messaggio che a loro arriva è: "Io ti amerò, o ti amerò di più, se tu farai tutte le cose giuste, se seguirai il piano, se sarai come ti aspettavo, se prenderai bei voti a scuola".
Il problema è che è facile amare le persone quando fanno le cose giuste, quando sono come ce le aspettavamo, quando rispettano il piano, quando non danno problemi. È più difficile amarle quando cadono, quando falliscono, quando perdono, quando ti deludono; quando ti stanno gridando con ogni fibra del loro essere: "Io non sto al mondo per piacere a te".
E questo è un genere di consapevolezza che un genitore fa abbastanza fatica a mettere a fuoco, soprattutto nel passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, quando improvvisamente quel bambino che ti considerava una divinità in terra con tanto affetto comincia a cambiare, quella porta della cameretta, nella quale potevi entrare e disporre, controllare, vedere, prevedere, improvvisamente si chiude e tu ne rimani fuori. Improvvisamente capisci che il desiderio maggiore di un figlio è quello di generare una distanza da te, di trovare delle zone di autonomia per sé che tu, come genitore, non puoi raggiungere.
Ma – ed ecco il punto – l'amore genitoriale è forse l'amore più puro che possiamo sperimentare nella nostra vita, è quello che ti mette alla prova in maniera decisiva: perché si tratta di amare una distanza. Si tratta di amare una irriducibile differenza. Un figlio sarà sempre straordinariamente "altro" rispetto a ciò che tu avevi pensato e immaginato. Sarà sempre un tradimento rispetto alle tue aspettative. Ma quel tradimento ti dirà la verità su di te. Ed ecco che quindi il mestiere di genitore è il dannato mestiere più difficile del mondo, perché ha a che fare con l'accogliere quella verità soprattutto quando è molto diversa da quella che ti aspettavi tu. E questa cosa non è una cosa sempre facile.
Le parole, i libri e la scrittura fanno parte del tuo universo quotidiano. In un momento storico in cui facciamo fatica ad ascoltarci, può la lettura trasformarsi in uno strumento per allenare lo sguardo ad accogliere le differenze?
Posto che io non credo che la scrittura in sé possa salvarci da niente, quando vado a parlare di lettura e di scrittura nelle scuole mi capita spesso di dire che le storie siano ciò di cui abbiamo più bisogno al mondo.
Perché quando noi leggiamo un testo, quando noi affrontiamo una storia, facciamo un gesto potentissimo, rivoluzionario, anche se magari non ne abbiamo del tutto contezza mentre lo stiamo facendo: stiamo letteralmente cambiando il mondo nella maniera più potente che esiste, cioè cambiando noi, cambiando il nostro sguardo sulle cose. Impariamo a osservare la realtà da un punto di vista inedito, da un'altezza diversa rispetto alla nostra.
Non lo dico certo io: Marcel Proust diceva che il vero viaggio di scoperta non consiste nello scoprire nuove terre, ma nell'indossare occhi nuovi. Ecco, noi durante il tempo della narrazione, quando leggiamo le vicende di un personaggio, quando indossiamo le sue scarpe, la sua pelle, quando guardiamo il mondo con i suoi occhi, stiamo assumendo un punto di vista diverso dal nostro. Stiamo, in realtà, allenandoci a sviluppare un'attitudine della quale, secondo me, in questo momento c'è bisogno come il pane, che si chiama empatia: cioè la capacità di metterci nei panni delle altre persone, la capacità di comprendere le ragioni degli altri individui, la capacità di capire che il nostro punto di vista non è né l'unico possibile e spesso non è nemmeno il migliore.
Ma soprattutto, nella mia lunga esperienza di lettore prima ancora che da scrittore, la cosa che più mi sorprende è che mi sono trovato, a volte, addirittura a empatizzare con personaggi che nella realtà considererei spregevoli o negativi. Perché attraverso la letteratura, guardando quella storia con i suoi occhi, tu puoi capire quello che ci sta dietro, la sua storia, quali sofferenze ha subito quel personaggio per arrivare a vedere il mondo in un certo modo, quali umiliazioni, quali limiti è stato costretto a sperimentare. E tutto questo si può mettere in pratica attraverso l'esercizio e l'uso delle storie.
Il confronto con le altre persone può diventare una trappola, specialmente negli anni della crescita, quando la sensazione di non essere all'altezza rischia di prendere il sopravvento. Così, non corrispondere a un certo modello standard finisce per essere percepito come una colpa. Come si può accompagnare chi sta crescendo a liberarsi di questa prospettiva?
C’è una cosa che mi piace fare durante gli incontri che mi capita di fare nelle scuole: cercare di spingere studenti e studentesse a cambiare punto di vista. Viviamo in un mondo estremamente conformista che vuole i ragazzi in una certa maniera e che magari, se non sono in quella maniera, allora li fa sentire sbagliati, storti, non all'altezza, diversi.
Pensa come cambia il punto di vista se tu, invece di considerare "Sono sbagliato, sono diverso, non sono come le altre persone, non sono all'altezza", cominci a pensare "Solo io sono io". Cioè, al mondo non c’è un’altra persona come me. Perché la verità è che non siamo solo individui diversi, ma ciascuno di noi è unico. E allora, se tu riesci a percepire questa unicità come un valore, riesci a capire che la ragione stessa per la quale sei al mondo è quella di essere te, è la risorsa più preziosa che puoi portare. Di più ancora, se vogliamo metterla dal punto di vista del territorio della competitività, che è un terreno che io non amo molto (non è un segreto, ma purtroppo è il terreno che va per la maggiore): ti rendi conto che essere te è il vantaggio più grande che potrai mai avere su tutte le altre persone, per la semplice ragione che nessun altro è te. E questo vale per tutti. Quando tu sei pienamente te, è anche più facile accogliere nella tua esperienza la diversità e l'unicità delle altre persone.
Quest'intervista è tratta dal webinar con Matteo Bussola e Marta Lamanuzzi "Incontrare la differenza. identità, pluralità e rispetto", terzo evento del ciclo "Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto".