Differenza è sinonimo di unicità
Comunque la si intenda, “differenza” è una parola che può generare distanza o fare da ponte. Da un lato può diventare materia intorno a cui costruire qualcosa di nuovo e unico, dall’altro capita che diventi motivo di scherno e pregiudizio, soprattutto tra giovani ragazzi e ragazze.Ma comprendere la diversità, in aula e fuori, significa aprire le porte verso ciò che è altro, imparando il rispetto e allo stesso tempo esercitando uno sguardo più attento anche su di noi. Perché diversità è soprattutto ricchezza. Ne abbiamo parlato con Marta Lamanuzzi, docente e ricercatrice di diritto penale e criminologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
La differenza, intesa come altro rispetto a noi, è spesso usata come un’etichetta, un giudizio facile che rischia di alimentare solo rigetto e discriminazione. Ma quali sono i meccanismi che si celano dietro questo processo?
Nella percezione dell’altro – sconosciuto ed estraneo – tendiamo tutte e tutti ad attivare processi cognitivi di categorizzazione sociale, a “classificare” chi incontriamo in una categoria o in un gruppo che ci è noto: come studentessa o studente, come professionista, come straniera o straniero, ecc. Sono processi cognitivi che rispondono a una serie di esigenze come quella di risparmio cognitivo, cioè di semplificare e organizzare le informazioni acquisite, quella di rassicurazione rispetto all’ansia e all’apprensione che derivano dalla complessità e dall’incertezza della realtà. Inoltre, rispondono alla necessità di prevedere in una certa misura il comportamento dell’altro per comportarsi di conseguenza. Vi sono poi esigenze di carattere identitario: sentiamo il bisogno di sentirci appartenenti a un gruppo e, quindi, tendiamo a enfatizzare le somiglianze fra i membri del nostro gruppo e le differenze tra “noi” e i membri degli altri gruppi.
In che momento l’attribuzione delle differenze si trasforma in un processo pericoloso, che non riguarda più le singole persone?
Il problema sorge quando i processi cognitivi descritti, che sono del tutto fisiologici, subiscono distorsioni. Questo accade quando, a causa di angosce, ansie e paure individuali o collettive, si ricerca con insistenza un’immagine positiva di sé e, quindi, si enfatizzano le differenze con l’altro e le sue caratteristiche negative. Si tende a trasformare la categoria in pregiudizio, vale a dire in giudizio negativo aprioristico, non supportato da evidenze fattuali, un giudizio rassicurante, grazie alla distinzione semplicistica tra bene e male, tra buoni e cattivi. Alcuni studiosi spiegano questo fenomeno con la teoria del “disgusto proiettivo”: il senso di inadeguatezza e vergogna per la propria vulnerabilità porta ad allontanare il disgusto che ne deriva proiettandolo sull’altro, marcando ulteriormente la distanza fra il “noi” e il “voi”.
I pregiudizi non nascono solo da processi individuali di categorizzazione sociale, ma anche da processi socio-culturali. È dimostrato come, quando il bambino, già in tenera età, viene a contatto con certi modi di etichettare e trattare chi appartiene ad altri gruppi – soprattutto se quei comportamenti sono messi in atto da “altri significativi”, ossia figure di riferimento come genitori, insegnanti, coetanei – questo abbia un notevole impatto sui processi di categorizzazione e sull’insorgenza dei pregiudizi.
Se questi meccanismi cognitivi, che portano al pregiudizio, non vengono contrastati e scardinati, si rischia un’escalation, che è stata descritta, dalla sua origine alle sue derive estreme, con la nota piramide dell’odio: si parte dalla stereotipizzazione, dalle battute svilenti e dai commenti insensibili, si passa ad atti discriminatori individuali, come bullismo, mobbing, insulti, emarginazione, poi ad atti discriminatori collettivi e istituzionali, ad esempio la discriminazione economica, lavorativa, educativa e la segregazione, fino agli hate crime, atti di violenza basati sul pregiudizio, e, al vertice, il genocidio, lo sterminio deliberato di un intero popolo.
Negli spazi digitali le diversità si trasformano in poco tempo in polarizzazioni estreme che coinvolgono centinaia di utenti e sfociano in manifestazioni d’odio. Come si può insegnare, sin dalla tenera età, a considerare l’altra persona senza farsi influenzare negativamente dai pregiudizi?
Ci sono alcune strategie di prevenzione primaria per dotare ragazzi e ragazze di “anticorpi”. Anzitutto occorre insegnare loro che la vulnerabilità è fisiologica: inadeguatezze e fragilità sono umane, non motivo di vergogna. Siamo tutti e tutte dipendenti e abbiamo bisogno delle altre persone. È necessario anche lavorare sulla consapevolezza emotiva, cioè sulla capacità di riconoscere e verbalizzare, con un vocabolario adeguato, i propri stati d’animo. Molti studi dimostrano che la violenza nasce (sovente) dall’incapacità di esprimere a parole le proprie frustrazioni. Sicuramente stimolare l’empatia può aiutare ad allenare la capacità di immedesimarsi negli altri individui e vedere il mondo dal punto di vista degli altri, soprattutto delle minoranze. È così che si sviluppa un’autentica sensibilità verso il prossimo, vicino e lontano.
Un’altra pratica che va in questa direzione è incentivare il pensiero critico e autonomo: un atteggiamento improntato alla curiosità e al “sano scetticismo”, così da contrastare la ricerca di conferme ai propri pregiudizi – alimentata dagli algoritmi online che ci propongono solo ciò che abbiamo cercato e che riflette ciò che già crediamo – e prevenire il conformismo e l’omologazione al gruppo dei pari. Infine, abituarsi alla complessità è quello che ci permette di diffidare delle semplificazioni e soluzioni immediate. Bisogna imparare a vivere in quella condizione fisiologica di incertezza, che caratterizza l’esistenza umana, senza cercare capri espiatori.
Quest'intervista è tratta dal webinar con Marta Lamanuzzi e Matteo Bussola "Incontrare la differenza. identità, pluralità e rispetto", terzo evento del ciclo "Sintonizziamoci. Emozioni ad alto volume per educare al rispetto".