L'iperbole è una scorciatoia facile
Le metafore belliche possono sembrare comode scorciatoie narrative: un modo sensazionalistico per evocare immediatamente un’atmosfera di competizione. Rispondono, in fondo, alle logiche di brevità e chiarezza sintetica di
un panorama informativo in costante overload. In questo scenario sempre più saturo, veloce e allo stesso tempo incerto, attirare l’attenzione in pochi secondi è vitale. Per questo, un lessico che cattura immediatamente è un escamotage facile, che racchiude però implicazioni rischiose.
In un vero scontro armato chi perde è una vittima. Mettere questo concetto sullo stesso piano di un gioco tra squadre significa oscurare quello che di più bello e autentico c’è in uno sport: il divertimento, lo spirito di appartenenza e la dimensione di complicità. Se la competizione diventa odio e l’avversario un nemico da annientare, allora la sconfitta è un precipizio mortale. Lo spirito di svago e passione cessano di esistere, così come le possibilità di commettere passi falsi.
Il rischio di affidarsi a un lessico bellico e violento per parlare di sport è quello di costruire uno spazio e un immaginario in cui l’esasperazione e la rivalità estrema finiscono per essere percepite come la normalità.
E poi, davvero non ci sono altri modi per presentare una partita di novanta minuti come un evento irrinunciabile? C’è una grande differenza tra accendere l’entusiasmo ed esasperare i toni: prendere in prestito termini e concetti assoluti, ad esempio guerra, sacrificio estremo ed eroismo, come se fossero gli unici con cui parlare di partite e tifo, è una retorica che non ha davvero niente a che fare con l’atmosfera di quello che è a tutti gli effetti un gioco.
Cambiare le parole per cambiare il gioco
Le parole che scegliamo non si limitano a descrivere ciò che accade, ma costruiscono ogni giorno la nostra realtà, definendo i confini di ciò che consideriamo giusto, accettabile e valido. Lo sport è, per sua natura, uno dei modi più belli per imparare ad esprimersi, crescere, condividere e soprattutto creare relazioni. Proprio per questo, il linguaggio che lo racconta può fare tutta la differenza.
Per questo motivo Parole O_Stili ha scelto di non rimanere in panchina ma scendere in campo per promuovere concretamente la cultura del rispetto. Abbiamo iniziato con la declinazione del nostro
Manifesto della comunicazione non ostile per lo sport per portare esempi concreti di come le parole hanno un impatto reale nel mondo. In questi anni abbiamo collaborato con grandi realtà sportive che hanno deciso di scommettere sul valore del linguaggio, sul fair play e sull’energia del tifo positivo,
dimostrando che una narrazione diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine non solo è possibile, ma spesso è desiderata proprio dai protagoniste e dalle protagoniste del gioco.
Da queste sinergie nascono momenti di condivisione, campagne di sensibilizzazione, linee guida e strumenti utili a costruire pratiche virtuose partendo dagli spunti di atleti e atlete. Qui trovi alcuni esempi:
- Due campagne di sensibilizzazione insieme a Inter nate in occasioni diverse. La prima campagna “Stop Locker Room Talk” è stata realizzata in occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un messaggio per invitare a liberarsi dell’indifferenza che si cela dietro frasi “da spogliatoio”.