Close-up in bianco e nero di un calcio balilla. La palla è ferma in campo, circondata dagli omini dei giocatori in attesa della prossima mossa

Oltre la trincea del novantesimo: quando lo sport parla la lingua della guerra

17/07/26

Ti è mai capitato di scorrere una rassegna stampa sportiva e avere l’impressione di leggere un bollettino di guerra?“È scontro aperto tra…”, “Questione di vita o di morte” o ancora parole come “annientato”, “spietato”. Non sono frammenti di titoli inventati, ma espressioni che, di frequente, popolano testate giornalistiche, dichiarazioni pre-partita e discorsi motivazionali negli spogliatoi. È un lessico che sfrutta riferimenti bellici molto evidenti, trasformando lo sport in una battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza. Che spazio rimane allora allo spirito di squadra, alla passione e all’adrenalina che nascono da una sana rivalità?
Screenshot che raccoglie diversi titoli di giornali sportivi italiani con toni aggressivi e drammatici, contenenti parole come "guerra", "annientano", "vendetta" e "questione di vita o di morte". In alto a sinistra compare il logo di Parole O_Stili
L'iperbole è una scorciatoia facile
Le metafore belliche possono sembrare comode scorciatoie narrative: un modo sensazionalistico per evocare immediatamente un’atmosfera di competizione. Rispondono, in fondo, alle logiche di brevità e chiarezza sintetica di un panorama informativo in costante overload. In questo scenario sempre più saturo, veloce e allo stesso tempo incerto, attirare l’attenzione in pochi secondi è vitale. Per questo, un lessico che cattura immediatamente è un escamotage facile, che racchiude però implicazioni rischiose.
In un vero scontro armato chi perde è una vittima. Mettere questo concetto sullo stesso piano di un gioco tra squadre significa oscurare quello che di più bello e autentico c’è in uno sport: il divertimento, lo spirito di appartenenza e la dimensione di complicità. Se la competizione diventa odio e l’avversario un nemico da annientare, allora la sconfitta è un precipizio mortale. Lo spirito di svago e passione cessano di esistere, così come le possibilità di commettere passi falsi.
Il rischio di affidarsi a un lessico bellico e violento per parlare di sport è quello di costruire uno spazio e un immaginario in cui l’esasperazione e la rivalità estrema finiscono per essere percepite come la normalità.
E poi, davvero non ci sono altri modi per presentare una partita di novanta minuti come un evento irrinunciabile? C’è una grande differenza tra accendere l’entusiasmo ed esasperare i toni: prendere in prestito termini e concetti assoluti, ad esempio guerra, sacrificio estremo ed eroismo, come se fossero gli unici con cui parlare di partite e tifo, è una retorica che non ha davvero niente a che fare con l’atmosfera di quello che è a tutti gli effetti un gioco.
Cambiare le parole per cambiare il gioco
Le parole che scegliamo non si limitano a descrivere ciò che accade, ma costruiscono ogni giorno la nostra realtà, definendo i confini di ciò che consideriamo giusto, accettabile e valido. Lo sport è, per sua natura, uno dei modi più belli per imparare ad esprimersi, crescere, condividere e soprattutto creare relazioni. Proprio per questo, il linguaggio che lo racconta può fare tutta la differenza.
Per questo motivo Parole O_Stili ha scelto di non rimanere in panchina ma scendere in campo per promuovere concretamente la cultura del rispetto. Abbiamo iniziato con la declinazione del nostro Manifesto della comunicazione non ostile per lo sport per portare esempi concreti di come le parole hanno un impatto reale nel mondo. In questi anni abbiamo collaborato con grandi realtà sportive che hanno deciso di scommettere sul valore del linguaggio, sul fair play e sull’energia del tifo positivo, dimostrando che una narrazione diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine non solo è possibile, ma spesso è desiderata proprio dai protagoniste e dalle protagoniste del gioco.
Da queste sinergie nascono momenti di condivisione, campagne di sensibilizzazione, linee guida e strumenti utili a costruire pratiche virtuose partendo dagli spunti di atleti e atlete. Qui trovi alcuni esempi:
  • Due campagne di sensibilizzazione insieme a Inter nate in occasioni diverse. La prima campagna “Stop Locker Room Talk” è stata realizzata in occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un messaggio per invitare a liberarsi dell’indifferenza che si cela dietro frasi “da spogliatoio”.
Poster della campagna di sensibilizzazione contro il sessismo e la violenza verbale creata da Inter e Parole O_Stili. La scritta centrale recita "STOP Locker Room TALK" (Stop alle chiacchiere da spogliatoio) seguita dalla frase "Spogliamoci dell'indifferenza", su uno sfondo blu scuro che richiama l'ambiente di uno spogliatoio sportivo
  • Il secondo contenuto ha messo al centro il tifo positivo e l’importanza del rispetto sugli spalti ed è stato pensato per raccontare la firma del Manifesto della comunicazione non ostile da parte della squadra nerazzurra.
Grafica digitale con la definizione da dizionario della parola "tifo" descritta come "passione sportiva accesa e entusiastica". Sullo sfondo si intravede una tifoseria sfocata con i colori nero e azzurro dell'Inter; in basso sono posizionati i loghi di FC Inter e Parole O_Stili
  • Il percorso condiviso con le squadre giovanili di Inter e con le loro famiglie, ma sentito da tutta la tifoseria, dal giornalismo e dall’intera comunità calcistica. Il progetto unisce sport, educazione e linguaggio e ha portato alla realizzazione del glossario ALÉ, uno strumento pratico per allenare l’empatia e il rispetto nel tifo e nel gioco.
  • La collaborazione con Pulsee, che ha scelto di ridefinire il concetto di competizione mettendo al centro il valore del fair play. Tutto è partito dal webinar di formazione ispirato al Manifesto della comunicazione non ostile, da cui sono emerse le linee guida per un gioco rispettoso, che si sono concretizzate nella creazione di un poster educativo presentato direttamente in campo, e un fumetto illustrato.
  • Scegli il tuo ruolo” insieme a Gillette: un percorso di 8 tappe nelle scuole secondarie di primo grado per decostruire gli stereotipi che riguardano il calcio femminile e promuovere l’inclusione nello sport. Il tour nelle scuole ha avuto come prima tappa la Capitale, dove la calciatrice della AS Roma Martina Toselli ha partecipato ad un’attività che ha coinvolto studenti e studentesse sul tema dei pregiudizi.
Foto di gruppo di un incontro formativo di Parole O_Stili a scuola. Formatori come Rosy Russo,  studenti e studentesse di una classe e la giocatrice di calcio Martina Toselli posano insieme sorridenti e con energia all'interno di un'aula scolastica.
© Il Sole 24 ore
Questi progetti raccontano non solo un cambiamento profondo e sincero nelle realtà che hanno scelto di attivarsi insieme a noi, ma riflettono la forza di un messaggio capace di generare eco all’esterno, coinvolgendo tutta la comunità.
Lavorare sulla consapevolezza linguistica all'interno dei club sportivi e delle realtà che gravitano loro attorno vuol dire restituire allo sport la sua forza educativa, dimostrando che l’intensità della competizione non ha bisogno della violenza verbale per essere entusiasmante e che la retorica della lotta non renderà un match più vero.
Scegliere un vocabolario diverso per vivere sport e tifo e per raccontarli, non significa spegnere la grinta, l’entusiasmo e la passione che rendono le partite uniche e indimenticabili, ma ricordare che lo sport è un gioco e il gioco più bello è quello che si fa insieme, con rispetto e lealtà.