L’empatia è il cuore della cura. Ma per chi insegna può diventare anche faticosa, persino travolgente. Qual è allora la postura interiore giusta per rimanere in una connessione empatica con ragazzi e ragazze, senza rischiare di farsene sommergere?
Quello di rimanere sommersi dalle relazioni in classe è un rischio comune per chi insegna. Io, che sono una persona molto empatica, ho dovuto imparare a maneggiare la mia empatia per non restarne schiacciata. E questo concetto di “sommersione” mi sembra particolarmente adatto al tema, perché accompagnare nella crescita è un po’ come insegnare a nuotare. Se vogliamo davvero aiutare una persona ad avanzare con consapevolezza tra le onde possiamo - e dobbiamo - starle accanto, sostenerla, affrontare assieme a lei correnti avverse, cavalloni, scogli. Ma non possiamo sorreggerla per sempre, o non imparerà mai a fare affidamento sulle proprie competenze, e a ogni nuovo ostacolo finirà per aggrapparsi al nostro collo. Il rischio è quello di andare a fondo insieme.
Allora no, bisogna a un certo punto staccarsi, lasciando però intatta la connessione costruita nel ricordo e nel valore che si è saputo creare insieme, e che poi rimane per la vita.
Non è compito dell’insegnante “salvare” studenti e studentesse (né è il compito di studenti e studentesse quello di “salvare” l’insegnante). L’insegnante può però “salvare” momenti di vita dei propri studenti, creare mattoncino dopo mattoncino una connessione equilibrata, una dimensione comune alla quale sia possibile tornare quando serve col pensiero, per sentirsi al sicuro, per ritrovare speranza.
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