Abito è una parola curiosa. È una voce del verbo abitare, ma è anche il vestito che mettiamo ogni giorno. Forse non è un caso. Perché quando abiti davvero un luogo, ci entri dentro. Lo conosci, lo fai tuo, ti senti accolto. Diventa casa. E qualcosa di simile accade con ciò che indossi: può coprire il corpo, o raccontare chi siamo.
La scorsa settimana si è sposato mio figlio. Ciascuno di noi ha scelto i propri colori, le proprie stoffe, i dettagli più personali per vivere la festa. Mi sono commossa accompagnando lui e la futura sposa nella ricerca dell'abito giusto. Non era solo una questione di eleganza o di moda. Era il desiderio di trovare qualcosa che raccontasse all'altro chi sei davvero e, allo stesso tempo, il bene che desideri cucirgli addosso per tutta la vita. Perché gli abiti, qualche volta, non servono a coprire ma a raccontare.
Poi ho incontrato un altro abito. L’ultimo.
Era quello preparato per la mia amica Marina. Una stoffa bianca distesa sulla sua bara, ricoperta da una rete di lana color fucsia cucita dai familiari. A quella trama erano state agganciate fotografie, ricordi, frammenti di vita. C’erano i suoi sorrisi, le persone amate, i luoghi attraversati. Non era un addobbo funebre. Era un racconto. Ho pensato che bisognerebbe brevettarlo. Un abito capace di trasformare il dolore in memoria condivisa. Di raccontare una persona attraverso i colori, le immagini e lo stile che le appartenevano. Forse passiamo troppo tempo a indossare ciò che gli altri si aspettano da noi: ruoli, etichette, convenzioni. E invece sarebbe bello avere sempre la libertà di abitare pienamente noi stessi e di raccontarci senza paura. Perché gli abiti più belli non sono quelli che ci fanno apparire diversi. Sono quelli che, semplicemente, ci assomigliano.
Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili, uscito sul numero di luglio e agosto 2026 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".
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