Il digitale non ha soltanto cambiato il modo in cui organizziamo i viaggi. Ha trasformato anche il riposo in qualcosa da pianificare, documentare e, in qualche modo, fare bene. Non sorprende allora che proprio online stiano circolando parole che raccontano il desiderio opposto. Tra queste, troviamo l’
analogue economy, con il ritorno a esperienze vissute lontano dagli schermi, il
nonnamaxxing, che rivaluta libri, passeggiate e serate tranquille e il
deinfluencing, che mette in discussione mete e attività rese desiderabili soprattutto dalla loro presenza sui social.Sono termini nuovi per raccontare un bisogno noto:
liberare il nostro tempo libero dalla pressione di doverlo rendere memorabile, produttivo o condivisibile a tutti i costi. Anche il rallentare, però, rischia di diventare l’ennesima tendenza da seguire, completa di regole, estetica e oggetti da acquistare. E mentre per qualcuno
restare a casa diventa una nuova forma di lusso, per molte persone è una scelta obbligata, conseguente all’aumento del costo della vita.
Forse, allora, dovremmo ricordare che
non esiste un solo modo per vivere l’estate e che la possibilità di staccare non andrebbe misurata nei chilometri percorsi, ma nello spazio che riusciamo a creare tra noi e l’urgenza di essere sempre raggiungibili, aggiornati e pronti a mostrare ciò che stiamo vivendo. Non partire,
tornare sempre nello stesso posto o trascorrere le ferie in città non vuol dire “vivere male l’estate” o godersela di meno, ma, più semplicemente, provare ad assecondare i propri tempi, senza trasformare anche il riposo in una gara. E magari riscoprire che non tutto deve essere fotografato o condiviso mentre sta ancora accadendo.
Il tradimento ai tempi dei social
Un like a una fotografia, un nuovo follow, una conversazione privata, il contatto mantenuto con una persona con cui si ha avuto una relazione o un profilo su un’app di dating mai cancellato: sono esempi di gesti che, a seconda del contesto, delle intenzioni e dei confini stabiliti nella relazione, possono essere considerati forme di microcheating, cioè “microtradimenti”. Il termine indica comportamenti che non corrispondono a un tradimento fisico, ma che possono mettere in dubbio l’impegno emotivo o superare gli accordi costruiti all’interno di una coppia.
I social hanno moltiplicato queste zone grigie. Rendono visibili like, commenti, accessi e nuove connessioni, ma raramente ne spiegano il significato:
nello scarto tra quello che possiamo vedere e quello che possiamo comprendere, nasce la gelosia digitale, che trasforma piccoli segnali in indizi e gli indizi in interpretazioni, sospetti e insicurezze.
Le nuove funzioni di Instagram Plus sembrano spingere queste dinamiche ancora oltre. Il recente abbonamento messo a disposizione da Meta permette di accedere a tutta una serie di funzioni e informazioni, tra cui il numero di volte che una Story è stata visualizzata dagli utenti, estremamente efficaci nel
trasformare l’interesse, la curiosità e l’insicurezza in forme poco sane di controllo.
Ma sapere quante volte una persona ha guardato le nostre stories cosa ci dice veramente dei motivi per cui l’ha fatto? La gelosia esiste da ben prima dei social, ma le tecnologie hanno cambiato il modo in cui la viviamo e la interpretiamo. Per le generazioni nate all’interno di questo ecosistema, like, follow e visualizzazioni sono parte integrante del loro vocabolario emotivo. Educare alle emozioni e alle relazioni significa allora anche imparare a riconoscere ciò che proviamo davanti a uno schermo, distinguere un fatto da un’interpretazione e trovare un equilibrio tra il bisogno di rassicurazione e il rispetto dei confini altrui. Sono temi che riguardano la fiducia, il rispetto, la libertà dell’altra persona e la consapevolezza con cui approcciamo questi ambienti, e ne parleremo il 24 ottobre alla prossima edizione di Parole a Scuola, a Milano.