Si apriva così la nostra newsletter dello scorso 5 giugno e, ancora una volta, oggi la storia si ripete con lo stesso identico copione.
Ancora un’altra donna, ancora un altro femminicidio.
Dal primo gennaio al 12 novembre, secondo i dati del Servizio Analisi Criminale della Polizia di Stato, sono 102 le donne uccise in Italia nel 2023 e 53 le vittime per mano del proprio partner o ex.Femminicidio
"Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".
È la definizione di femminicidio in Devoto-Oli 2009Ancora una volta ci teniamo a spiegare il significato della parola femminicidio, perché i dati purtroppo ci raccontano una storia molto precisa, quella in cui in Italia non si conosce o volutamente si ignora il significato di questa parola.
Ad esempio, secondo una rilevazione
fatta da Quorum/YouTrend per Sky TG24:
- il 48% degli intervistati reputa che la gravità di un omicidio non può dipendere dal genere della vittima e dell’assassino
- per il 53% delle donne è importante considerare i fattori culturali come la causa principale dei femminicidi. Percentuale che cala di oltre 10 punti tra gli uomini, 42%.
E se c’è una parola per parlare e fare divulgazione sul femminicidio, altrettante ce ne sono per raccontare correttamente le storie di queste donne.
In questa cornice, infatti, il ruolo dei media e del linguaggio che scelgono di utilizzare è fondamentale per decostruire gli stereotipi di genere.
Ti lasciamo qui alcuni esempi utili:
- “una donna è stata assassinata” rispetto a “una donna è morta”
- “tragedia” rispetto a “omicidio/assassinio”.
Due semplici espressioni che però cambiano la percezione dell’evento, dove non è successo tutto per caso ma dove c’è una responsabilità soggettiva dell’assassino.
Quello dei linguaggi dei media sul tema dei femminicidi è un tema fondamentale nella costruzione dell’immaginario collettivo; lo sapeva bene Michela Murgia, la quale settimanalmente proponeva, sui suoi profili social, una carrellata con gli esempi più tristi.
Una riflessione che ha sintetizzato bene
in un articolo de Il Post uscito postumo: "
Nessun giornale intervista il ladro per chiedergli perché ha svaligiato una casa. In caso di morte di una donna per mano del partner invece i titoli sono questi: «La uccide con trentasei coltellate, lei aveva un altro», «La strangola davanti ai figli, lei voleva lasciarlo»."Per approfondire:
E noi, con il nostro linguaggio, con la scelta delle nostre parole, in che modo possiamo cambiare questo tipo di narrazione sempre a svantaggio delle donne? Una narrazione che le fa sentire sempre responsabili, sempre in dovere di difendersi e di proteggersi?
Qualcosa di concreto da fare ce lo suggerisce Elena Cecchettin, la sorella di Giulia: «
Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza, ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti, rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio [...] Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno».
Vogliamo raccogliere questo invito? Noi lo facciamo.
Ogni giorno, nelle nostre relazioni, nella nostra piccola cerchia dove siamo gli “influencer” di qualcun altro, proviamo a non restare zitti e zitte. Usiamo tutti quei “
Stai sbagliando”, “
Questo non è giusto” che sono necessari per cambiare le cose, una parola alla volta.
Nel frattempo proprio in un’ottica educativa e preventiva il Ministro dell’Istruzione Valditara presenterà in settimana il piano “Educare alle relazioni”. Il progetto mira a sviluppare strategie per sensibilizzare gli studenti e il personale scolastico sulla gravità e sull’impatto della violenza di genere, insegnando ai giovani il rispetto e il valore delle relazioni sane.
Attendiamo con curiosità il progetto, sicuri che troverà l’impegno di tutti quegli e quelle insegnanti che sono veri e propri ingranaggi del cambiamento.
A tal proposito segnaliamo l’iniziativa, piena di passione, della Prof.ssa Matilde Maresca che, in collaborazione con alcune classi del Liceo Righi di Bologna, sta portando avanti un progetto su Instagram dedicato proprio alla sensibilizzazione sulla violenza di genere attraverso 7 parole usate dai poeti del Dolce Stil Novo.
Scrive sul suo profilo:
“
Il ‘dolce stil novo’ dà il via alla letteratura italiana. Alla fine del XIII secolo, a Firenze (ma il precursore è un bolognese), alcuni poeti compongono liriche d’amore. Guinizzelli, Cavalcanti, Cino da Pistoia e anche il giovane Dante adottano un lessico nuovo, che diventa la loro cifra caratteristica. Studiando queste parole, siamo stati quasi travolti dalla potenza del significato così limpido e così necessario nel nostro presente. Le ragazze e i ragazzi della 3U ne hanno scelte 7. Ve le racconteranno lungo la settimana che ci separa dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.”Se sei un/una insegnante e vuoi parlare dei temi della violenza di genere con la tua classe
ti lasciamo qui una delle nostre attività didattiche che trovi sulla piattaforma
Ancheioinsegno.it