Esistono molti modi di viaggiare. Da piccola, i tragitti erano lunghi: dentro una 127, in quattro, con le ginocchia che si sfioravano. Seguivamo le trasferte di papà, ma senza saperlo stavamo imparando altro: ad aspettare, ad adattarci e a stare insieme anche nella fatica. Ricordo i vetri, le soste e il tempo che sembrava non passare mai. E invece erano chilometri di famiglia.
Oggi viaggio ancora, spesso tra treni in ritardo e aerei che non amo prendere. Ma ho capito che, per me, i viaggi sono fatti di persone più che di luoghi, e ogni spostamento è una “grammatica del cambiamento”, un modo per diventare ciò che siamo, tra distacchi e ritorni.
Anche le parole viaggiano. Arrivano da lontano, cambiano suono, cambiano senso. “Viaggio” viene da viaticum, ciò che serve per partire. È bello pensare che oggi sia diventata la parola stessa a metterci in cammino.
C’è un altro modo di viaggiare, che ho imparato nel tempo: il viaggio della lentezza. Fermarsi e tornare a guardare quello che la fretta ci ha nascosto. Così le soste non sono interruzioni, ma parti del percorso che chiedono solo di essere ascoltate.
E poi c’è la meta, ciò che dà valore a ogni passo e dove la fatica del cammino si scioglie. Senza un arrivo, tutto sarebbe un eterno vagabondare; è invece la destinazione a trasformare il movimento in significato.
Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili, uscito sul numero di marzo 2026 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".
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