Maggio è il mese della consapevolezza sulla salute mentale. Un’occasione che, ogni anno, riporta al centro un tema che meriterebbe spazio ogni giorno dell’anno.
Negli ultimi anni il modo in cui ne parliamo è cambiato profondamente. La terapia ha smesso di essere un argomento da sussurrare ed è diventata conversazione pubblica: nei feed, nelle serie tv, tra amiche e amici. Un cambiamento importante, che però porta con sé una domanda difficile: parlare di più significa anche parlare meglio? Oppure rischiamo di svuotare di senso parole che descrivono esperienze complesse e, a volte, molto dolorose?
È una tensione che riguarda soprattutto chi, ogni giorno, sceglie di comunicare questi temi pubblicamente. Come si rende accessibile qualcosa di così delicato senza banalizzarlo? Come si trovano parole capaci di avvicinare le persone, senza trasformare la salute mentale in uno slogan?
Ne abbiamo parlato con Francesco Morzaniga, Direttore Creativo di Serenis, piattaforma italiana di psicologia online che negli ultimi anni ha portato il tema della terapia anche fuori dagli studi professionali, dentro campagne, spot e cartelloni pubblicitari. Una comunicazione che prova a tenere insieme leggerezza e responsabilità, divulgazione e complessità.
In Italia parlare di terapia è ancora, per molte persone, un gesto che richiede coraggio. Serenis ha scelto di farne non solo un servizio, ma un tema di comunicazione pubblica — cartelloni, spot, campagne. Come si costruisce un brand su qualcosa che molte persone faticano ancora a dire ad alta voce?
Per essere onesto eravamo costretti a parlare di terapia, a fini pubblicitari, quindi quello ha aiutato. Ma puoi parlarne in un modo o parlarne in un altro, porti dei problemi o non porteli affatto, eccetera. Noi abbiamo sentito sin da subito l'esigenza di usare le parole in un certo modo, e abbiamo costruito il brand alleggerendoci, col passare del tempo, del peso di questa responsabilità.
Per dirla più semplice: all'inizio avevamo tantissima paura di sbagliare, di fare un pessimo servizio alle persone. Senza volerlo trasferivamo la nostra ansia nella comunicazione, che poteva risultare noiosa, demotivante o tetra. Quando abbiamo accettato l'idea che avevamo il diritto di fare degli errori abbiamo anche trovato il modo di parlare in modo semplice anche di argomenti tosti (noi internamente usiamo questa frase: seri nella sostanza, leggeri nella forma). Prima eravamo perfetti in teoria, ma inefficaci; ora siamo imperfetti ma utili.
Sui social termini come "narcisismo" o "ADHD" sono diventati parte del vocabolario quotidiano e sono spesso usati senza una base clinica, per descrivere situazioni che invece solo assolutamente ordinarie. Questo fenomeno, se da una parte avvicina le persone al tema della salute mentale, dall'altra rischia di svuotare di significato parole che descrivono condizioni e situazioni molto complesse. Quanto pesa la scelta delle parole su questi temi, per evitare di scivolare nella semplificazione e non rischiare di perdersi nel tecnicismo?
Usare male le parole non è un fenomeno nuovo: anche ai miei tempi si diceva "sei depresso" per dire "sei triste", e purtroppo per me i miei tempi sono lontani. Però è verissimo che quando parli tanto di qualcosa ne perdi il controllo, le persone si appropriano dei termini e a volte li usano in maniera impropria, e da lì nascono delle conseguenze. Ad esempio, per anni si è parlato molto di ADHD: oggi tantissime persone si autodiagnosticano l'ADHD, e quasi sempre si sbagliano.
Da un certo punto di vista si può fare poco, è un effetto collaterale della divulgazione. Ma esiste una responsabilità ed esistono delle scelte, sia linguistiche che di piano editoriale, per avere un impatto positivo sulla discussione. Cioè, c'è uno scenario in cui parli di "ADHD" a sproposito perché va di moda, e sai che ti porterà dei like; e c'è uno scenario altro in cui parli di "ADHD" nel modo corretto, spieghi cos'è, come si diagnostica, che essere distratti non è sinonimo di ADHD. In Serenis siamo più per il secondo scenario.
C’è una campagna o un contenuto di Serenis di cui sei particolarmente orgoglioso — non per i risultati, ma per quello che hai imparato nel crearlo?
La campagna di cui sono più orgoglioso è una campagna che non ho fatto io, materialmente (con "io" intendo "il nostro team creativo interno": io non faccio quasi niente, quasi mai). È il nostro ultimo spot televisivo, "Dibidabi", che è stato pensato dall'agenzia Gibbo&Lori, girato da Alessio Lauria e prodotto da the BigMama.
Ne vado orgoglioso perché lo trovo uno spot bellissimo, intelligente, molto difficile e molto riuscito, ma anche perché ci ha costretto a mettere da parte l'ego: l'idea non era nostra, in un altro contesto l'avremmo affossata, perché poteva metterci in cattiva luce. E invece pensavamo che fosse proprio una bella idea, anche se non era nostra, e abbiamo fatto l'impossibile per convincere chi di dovere a realizzarla. Mi è sembrato di togliermi di dosso un po' di quelle tossine da vecchio pubblicitario, o da guru di LinkedIn, quelle per cui il tuo lavoro non è comunicare, ma comunicare di aver comunicato, dire che è tutto merito tuo – e invece io penso che il mio lavoro sia comunicare.