Il 13 giugno è lo Slow Food Day 2026, una giornata per celebrare il piacere del cibo buono, pulito e giusto ma soprattutto la rete di relazioni che si crea attorno a chi crede ogni giorno in questi valori.
Quando parliamo di cibo ci concentriamo spesso su ricette, calorie, prezzi, dimenticando a volte ciò che sostiene il resto: la terra, le persone e le relazioni che permettono l’esistenza di ciò che mangiamo. È una relazione bidirezionale: il modo in cui ci nutriamo influisce sul pianeta e allo stesso tempo, dietro quello che scegliamo di mettere nel piatto ci sono persone e storie. Alimentarsi significa stare dentro un intreccio complesso di scelte globali, rispetto per la biodiversità e tutele di chi lavora. Ma significa anche imparare a rallentare in un mondo che ci spinge a consumare tutto troppo in fretta.
Da 40 anni Slow Food si occupa di trasformare la lentezza in una missione comune per comprendere il valore profondo di ciò che consumiamo e aprire uno spazio e un tempo per fermarsi a prendere consapevolezza.
È un impegno che sentiamo profondamente vicino. Il linguaggio giusto, proprio come il cibo, permette di coltivare relazioni più sane, inclusive e buone. Quando parole e nutrimento si incontrano, possono diventare strumenti quotidiani attraverso i quali esercitare responsabilità e rispetto. Per capire come si possa coltivare questa sensibilità e trasferirla alle nuove generazioni, abbiamo fatto tre domande a Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.
Parlare del valore del cibo è un compito complesso. Qual è la consapevolezza più difficile da trasmettere alle persone quando si parla di filiera, di cibo e sostenibilità?
Sono un paio ma strettamente legate: il primo elemento è che dal cibo dipende non solo la nostra salute ma la nostra stessa vita. Quindi non può essere trattato come ogni altra merce: ha requisiti unici di sicurezza, qualità e accesso. Per questo noi parliamo di “diritto al cibo”: la discussione intorno al sistema alimentare deve essere spostata sul piano dei diritti, semplicemente perché senza cibo si muore. E siccome viviamo su un Pianeta dove ancora quasi un miliardo di persone non ha regolare accesso al cibo, dobbiamo affermare che la fame è il diritto negato alla vita. Questa premessa dà piena contezza rispetto alla “sacralità” del cibo: il cibo non può essere marketing, non può essere banalizzato, omologato, slegato dai territori e dalle comunità che lo producono, il cibo non può essere oggetto di speculazioni finanziarie e strumento di guerra. Il secondo concetto è legato a quanto le nostre scelte alimentari abbiano enormi ricadute sociali e ambientali. E siccome il cibo è un elemento quotidiano con cui noi, nel nord ricco del mondo, abbiamo a che fare tre/cinque volte al giorno, ogni giorno per tutta la vita, in esso ci sono gran parte delle ragioni del collasso attuale, ma ci possono essere anche le soluzioni alternative per affrontarlo. D’altronde sappiamo che un terzo delle emissioni climalteranti complessive dipendono da come produciamo cibo: perdita di biodiversità, consumo di suolo, depauperamento della fertilità dei terreni, devastazione degli ecosistemi in cui vivono popolazioni indigene, tutto questo ha a che fare col sistema alimentare. Papa Francesco nella sua “Laudato Si'” ha reso il tema della nostra interazione con la natura un tema universale e prioritario e il cibo è il più intimo contatto che abbiamo con Madre Terra. Per questo il nostro fondatore, Carlin Petrini, è stato tanto visionario: perché negli anni Ottanta ha anticipato tematiche che ancora nessuno aveva affrontato, a partire dal cibo, e il suo approccio è tutt’oggi non solo attuale, ma avanguardia.
Nel corso degli anni avete realizzato tantissimi progetti internazionali di educazione e sensibilizzazione in ambiti che spaziano dall’attivismo, all’editoria, al mondo della salute e molto altro. C’è un progetto che ti è piaciuto particolarmente realizzare, che ti ha insegnato qualcosa di fondamentale o che ha avuto un impatto profondo sulla tua esperienza?
Certamente nel mio percorso gli orti scolastici Slow Food sono stati fondamentali. Quando sono diventata socia la prima volta nel 2012 ho da subito fatto la volontaria nelle scuole: mi piace tantissimo stare con le bambine e i bambini e mi occupavo già di progettazione laboratoriale ed esperienze didattiche. L’orto a scuola è un’aula a cielo aperto, un luogo inclusivo di libertà e cooperazione, dove le attitudini meno valorizzate in aula emergono fulgide e dove ci si confronta coi tempi della natura e si sperimenta l’insuccesso al di fuori di logiche performative. Inoltre, coltivare un orto avvicina le giovani generazioni alla terra che non è sporca ma è pulita, alle erbe che non sono infestanti ma spontanee, agli insetti che non sono fastidiosi ma necessari, alle verdure che non sono cattive ma buone. L’orto a scuola è davvero un angolino di natura dove oltre a crescere si sperimenta il benessere: e ne abbiamo tutte e tutti molto bisogno, anche gli adulti, anche gli insegnanti. L’orto a scuola Slow Food è multidisciplinare e naturalmente sostenibile, in alcuni casi si riesce anche a collegare la produzione ortiva con la mensa scolastica e questo ha un valore educativo enorme: le bambine e i bambini scoprono che possono produrre cibo e che quel cibo è buono!
Durante quell’esperienza ho iniziato a collaborare di più e meglio con l’ufficio Educazione Slow Food e ho incrociato molti altri progetti di educazione alimentare e di tutela della biodiversità che mi hanno definitivamente legato alla nostra associazione, ma il primo amore è stato l’orto a scuola che dovrebbe essere considerato una dotazione fondamentale come i banchi e le sedie. Serve un orto in ogni scuola!
Oggi tutto scorre velocemente: contenuti, opinioni, informazioni. Se potessi fermare per un momento questa velocità e far arrivare davvero un messaggio alle giovani generazioni sul futuro del nostro sistema alimentare e sociale, quale sarebbe?
Sarebbe un messaggio molto semplice: io ho fiducia in voi. Voi siete al centro di questo tempo: le vostre idee sono valide e hanno forza e le vostre azioni possono incidere sul corso degli eventi. Non credete a chi vuol farvi sentire deboli, ininfluenti, ignoranti, impotenti: riconoscetevi la dignità che meritate, state insieme, discutete, cooperate, partecipate. Tutto è per voi. Carlin Petrini lo ha insegnato a me e io passo le sue parole a voi: il mondo lo si può cambiare, lo si può cambiare a partire dal cibo e lo si può fare con gioia!