Immagina: hai 25 anni, tante opportunità che si aprono. Magari hai un lavoro, ottenuto dopo aver terminato il tuo percorso di studi, prospettive di carriera e la sicurezza che, qualsiasi cosa accada, il futuro continua a essere pieno di speranza.
Oggi, per tante persone questo quadro è difficile anche solo da immaginare.
In Italia quasi due milioni di persone tra i 15 e i 34 anni sono NEET, acronimo che racconta chi non lavora, non studio e non partecipa a percorsi di formazione (Not in Education, Employment or Training). È una parola che da sola non basta a spiegare una realtà molto più complessa e profonda di come può apparire e che racchiude al suo interno tante situazioni che dovrebbero essere una fase di passaggio temporanea per chi sta cercando la propria strada, ma che troppo spesso si traducono in una condanna permanente.
Non è inusuale che, nel discorso pubblico, una sigla nata per spiegare un fenomeno si trasformi in un giudizio di merito, fino a diventare un pretesto per etichettare soprattutto le nuove generazioni. “Non hanno voglia di fare”, “Sono persone arrese”, “Preferiscono poltrire”: tutti questi esempi sono scorciatoie linguistiche che schiacciano ragazze e ragazzi dentro categorie di stereotipi e generalizzazioni, dimenticando che dietro ogni etichetta ci sono storie e difficoltà reali.
Dalla fatica alla paralisi: quando manca la prospettiva
Non avere un lavoro o un percorso formativo attivo è un conto. Ma non avere prospettive per il futuro è una ferita che priva le persone più giovani della loro risorsa più grande: la speranza. E quando manca la speranza, ci si dimentica che perdersi non è una colpa, ma il risultato di fattori e situazioni che non dipendono solo dall’individuo. È forse la parte più buia per chi conosce questa condizione: l’assenza di opportunità proprio per chi potrebbe essere nel pieno delle sue occasioni. Il periodo della giovinezza, che di solito si associa alla ricchezza di possibilità, si scontra quotidianamente con un contesto che non crea o non rende accessibili quelle stesse
Quando la fragilità non viene contemplata, perché toglie spazio all’ottimizzazione costante di tempo e risorse, la rinuncia è la via di fuga dalla pressione esterna e dalle aspettative sociali. Smettere di studiare o cercare lavoro diventa quindi una strategia di difesa dalle narrazioni iper-performative del “se vuoi, puoi”.
Il meccanismo è semplice: quando le difficoltà non vengono riconosciute, ma considerate una colpa, la sensazione di non essere all’altezza può prendere il sopravvento. L’energia per attivarsi alla ricerca di risoluzione viene meno e la reazione più immediata è la paralisi: si smette di provarci.
Per questo dovremmo guardare l’acronimo NEET anche da nuove prospettive e chiederci: cosa succede se abbandoniamo la narrazione semplicistica del “Non hanno voglia di fare” e proviamo a osservare questo fenomeno da una prospettiva diversa?Il primo passo è riconoscere che le possibilità di costruire un futuro dipendono anche da responsabilità collettive che coinvolgono educazione e socialità e riguardano l’intera comunità adulta.
Un peso invisibile
C’è una parte molto importante di questa realtà che spesso però non viene raccontata:
le donne costituiscono il 59% dei NEET in Italia.
Il secondo rapporto di Dedalo, il laboratorio permanente di Fondazione GiGroup sul fenomeno presentato lo scorso luglio, mostra uno spaccato che raramente emerge e fatica ancora ad essere compreso davvero.
I dati ci mostrano che in molti casi le motivazioni non sono dovute a una mancanza di volontà o di impegno. Il 43.8% delle donne NEET è fuori dal mercato del lavoro a causa di responsabilità familiari dirette. Per gli uomini questa percentuale scende al 3.8%. Significa che, per quasi la metà delle ragazze NEET, è un impegno di altro tipo a tenerle occupate: il sovraccarico del lavoro di cura, un peso che di frequente rimane invisibile e che penalizza ancora di più le donne con figli e figlie.
Il mancato riconoscimento di questa situazione e la carenza di servizi che possano distribuirne in maniera più adeguata il peso sono i due fattori strutturali che impediscono alle giovani donne di accedere a un percorso di formazione o un lavoro e mantenerlo.
4 passi per cambiare narrazione
Le letture puntuali del fenomeno, i dati e le nuove proposte servono a fare chiarezza su una condizione ancora troppo poco presa in carico. L’attivazione di percorsi psicologici e di orientamento per riattivare chi ha perso fiducia e motivazione, gli investimenti nel passaggio scuola-lavoro e nei percorsi di istruzione e formazione multidimensionali sono tutti passaggi imprescindibili per garantire un futuro alle persone in situazioni NEET. Ma la buona volontà non basta.
Il terzo principio del
Manifesto della comunicazione non ostile ci ricorda che le parole danno forma al pensiero. Non sono mai semplici descrizioni, ma strumenti che modellano la realtà in cui viviamo e che ci aiutano a comprenderla. Per questo, le parole che scegliamo possono aprire possibilità o alimentare distanza e isolamento. Partire dal linguaggio che usiamo per parlare del fenomeno NEET è un passo fondamentale per attivare
un cambiamento concreto che apra le porte alla cura e all’ascolto autentico. Qui sotto trovi alcuni spunti che potrebbero aiutarci ad adottare sguardi nuovi e più comprensivi sul fenomeno dei NEET:
- Le parole non vanno usate per giudicare o etichettare.Non bisogna trattare la parola NEET come una sentenza, ma usarla per quello che è: un acronimo nato per comprendere un fenomeno ampio e complesso, con la consapevolezza che una sigla non può racchiudere tutte le sfumature e le storie di chi rientra nella definizione.
- Spostare il focus dal giudizio alla valutazione del contesto.I comportamenti, la motivazione e i risultati di una persona non possono essere isolati dalle condizioni economiche e familiari in cui si trova.
- Andare oltre il mero raggiungimento di obiettivi.Il valore di una persona non coincide con la sua produttività immediata o con il coronamento di obiettivi prefissati. Non ci sono degli standard unici per tutti e tutte. Una società deve saper offrire uno spazio anche a chi ha bisogno di fermarsi, ricalibrare la rotta o chiedere aiuto.
- Passare dalla colpevolizzazione al riconoscimento.Smettere di parlare delle giovani generazioni come un problema da risolvere per categorie fisse e iniziare ad ascoltare le storie, i bisogni e le fragilità serve a restituire valore alla loro unicità e dare spazio a ognuno e ognuna per esprimere il proprio potenziale.
In mancanza di uno sguardo che accoglie la fragilità senza trasformarla in una colpa, nessuna opportunità lavorativa o formativa sarà mai abbastanza forte da vincere il senso di isolamento e la paralisi che sperimentano i NEET. È attraverso la conoscenza, la consapevolezza e l’ascolto che possiamo restituire, alle persone che stanno vivendo questa condizione, la possibilità di essere viste e riconosciute per quello che sono davvero.