Cara Amelia,
sfogliando il giornale abbiamo incontrato le tue parole. E ci hanno chiesto di fermarci.Perché conosciamo fin troppo bene ciò che racconti: ce lo dicono ogni giorno le ragazze e i ragazzi che incontriamo nelle scuole. Ci parlano di chat che diventano spazi di violenza. Di parole che lasciano ferite profonde. Di adulti che dovrebbero essere punti di riferimento e che, assaliti dalla paura di sbagliare, restano immobili di fronte ad azioni gravi, inammissibili.
Vogliamo dirtelo subito: quello che subisce tua figlia non è una ragazzata. Non è, e non dovrebbe mai essere, la normalità. È una dinamica di gruppo violenta, persistente, spietata, che ha il potere di isolare, umiliare, consumare chi ne è vittima. E quando la violenza è reiterata, organizzata e condivisa, la responsabilità è collettiva.
La scuola non “può” fare qualcosa. Deve. Ha obblighi precisi. La Legge 71/2017 sul cyberbullismo tutela tua figlia: prevede la rimozione immediata dei contenuti, la segnalazione alle piattaforme, il coinvolgimento della scuola e, se necessario, delle autorità competenti.
Denunciare significa tutelare non solo chi subisce violenza, ma anche aiutare chi la agisce a prendere piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie parole. Mettere un limite è un atto educativo, non punitivo.
Con la Legge 92, che nel 2019 ha introdotto nelle scuole l’insegnamento obbligatorio e trasversale dell’Educazione civica, il benessere, il rispetto e la cittadinanza digitale non sono temi opzionali: fanno parte del mandato educativo della scuola.La scuola deve intervenire, lavorare sul gruppo, non chiedere alla vittima di “reagire”. Negli episodi di bullismo e cyberbullismo, ragazze e ragazzi non hanno bisogno di essere spronati a essere più forti, ma di adulti che si assumano la responsabilità di proteggerli.
Se gli strumenti che dovrebbero renderlo possibile restano principi astratti, validi solo “sulla carta”, sappi che non è perché hai fallito tu, e men che meno tua figlia. Il fallimento è del mondo adulto, che non è stato in grado di assumersi la sua più grande responsabilità verso le più giovani e i più giovani: quella educativa.
Tua figlia non è fragile: è stata ferita. E una ferita ha bisogno di cura, protezione, di adulti che scelgano di ascoltare.
A tua figlia va restituito uno spazio sicuro in cui tornare a parlare, studiare e crescere. Ai suoi compagni e alle sue compagne va insegnato che le parole costruiscono il mondo in cui viviamo. Educare alle parole significa educare alla responsabilità e al rispetto delle persone. Agli adulti intorno a lei spetta il compito di scegliere di esserci davvero.
Noi ci siamo, e continueremo a esserci. Per tua figlia, e per tutte le ragazze e i ragazzi che ogni giorno ci chiedono adulti presenti, competenti, responsabili.
Perché il silenzio non è mai neutro. E l’educazione, quando è vera, sceglie da che parte stare.
Il team di Parole O_stili