Siamo immersi nelle parole, eppure quelle che ci servono davvero non sempre arrivano quando ne abbiamo bisogno. Oggi, però, possiamo fare una cosa nuova: chiedere aiuto all'intelligenza artificiale, con risultati spesso sorprendenti.
È un tema che non riguarda solamente la sfera più personale della nostra vita. Anche nel mondo del lavoro è sempre più frequente rivolgersi all’IA per gestire non solo task o automatizzazioni, ma anche per avere supporto nella comunicazione con colleghi, colleghe, clienti e fornitori.
Proprio da queste riflessioni è nato il confronto al centro di Parole che generano, l'evento organizzato da Parole O_Stili insieme a Eni il 26 ottobre 2026. In questa occasione, la Presidente di Parole O_Stili Rosy Russo ha avuto un dialogo a tu per tu con Paolo Borzacchiello, scrittore, divulgatore ed esperto di intelligenza linguistica, che da oltre vent'anni studia il rapporto tra parole, cervello e comportamenti.
La loro conversazione ha attraversato il mondo dell'intelligenza artificiale, ma ci ha portato anche a interrogarci sul potere delle parole, sul significato dell'empatia e sulla responsabilità che abbiamo quando comunichiamo con le altre persone. utilizzate. Abbiamo scelto per te tre domande e tre risposte di questo confronto, per continuare a riflettere su cosa significa comunicare e stare in relazione oggi, anche quando a suggerirci le parole è una macchina.
Buona lettura!
Noi all'intelligenza artificiale possiamo chiedere di scrivere e-mail, di scrivere un sacco di cose, perfino i messaggi WhatsApp. “Aiutami a capire meglio come sta vivendo l'altra persona quella cosa”, ad esempio. Addirittura chiediamo le parole per chiedere scusa alle volte. La provocazione è questa: se una macchina sa trovare le parole che sono più umane delle mie, allora io sono diventata meno umana? C'è qualcuno che mi sta superando? E come vivrà l'altro?
Meno umana no, meno intelligente sì. Di sicuro c'è un impoverimento dell'intelligenza. Ma letteralmente parlando: noi siamo neuroplastici, cioè ogni volta che impariamo parole nuove, che ci sforziamo di capire, magari anche sbagliando, però facciamo uno sforzo cognitivo per comprendere l'altro, le sinapsi si muovono, se ne creano di nuove, diventiamo più intelligenti.
Nella misura in cui questa interpretazione viene fatta da una macchina, è ovvio che tu smetti di pensare, leggi, fai copia e incolla, e questa cosa ti rende non meno umana, perché l'umanità non si toglie, meno intelligente di sicuro, meno capace di relazionarti con l'altro.
L'intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo e di cui io sono un grande sostenitore, tra l'altro, perché se lo usi in modo corretto, mantenendo acceso il tuo cervello, ti dà la possibilità di esplorare mondi infiniti. Però se lo usi per sostituire il tuo sforzo, il tuo ragionamento, la tua voglia di interagire con l'altro, allora diventa una cosa che ti condanna di sicuro a una fine non piacevolissima.
Nelle aziende si parla di empatia, inclusione, ascolto, benessere, cura. Sono tutte cose bellissime, però può capitare che se ne parli molto e poi, quando arriva qualcuno che dice «Non sono d'accordo», le cose si complicano. Allora, non è che usiamo queste parole molto belle proprio perché magari vogliamo evitare delle conversazioni un po' difficili?
A volte sì, a volte usiamo le parole per compensare l'effetto Zeigarnik, cioè una cosa che so che devo fare, l'ho fatta, mi tolgo il pensiero, mi pulisco la coscienza, ho usato certi termini. Però la verità è che certi termini, se vogliamo essere un po' cinici ma precisi, non andrebbero neanche usati, perché creano più conflitto di quanto ne risolvano. Uno dei segreti del linguaggio è usare a volte parole alternative per creare dinamiche attraverso le quali il cervello della persona coinvolta, un po' alla volta, cambia senza sentirsi, per esempio, costretto a farlo.
È questo il lavoro incessante che dovremmo portare nelle aziende, perché quando vuoi proporre un'idea, o imporre un'idea perché adesso si fa così, nella maggioranza dei casi non ottieni il risultato che desideri. Ed è un vero peccato, perché i concetti alla base di queste parole sono sacri e andrebbero perseguiti con ogni mezzo, ma ogni mezzo intelligente, non semplicemente perché è di moda usare una parola o un'altra.
Ti faccio un'ultima domanda, che forse sembra quasi scontata, ma alla luce di tutto quello che ci siamo detti non lo è affatto. Oggi, anche con un'intelligenza artificiale capace di trovare le parole migliori per dirci le cose giuste, abbiamo più bisogno di parole migliori nelle nostre relazioni o di persone più responsabili, anche quando quelle parole non riescono a trovarle?
Una cosa e l'altra. Parole migliori, anche se nel senso che abbiamo definito, perché nel mio cervello non esistono parole migliori. È un concetto che per me non funziona. Nella misura in cui definisco una parola migliore, sto giudicando male un'altra. E quindi, se la giudico male, faccio fatica a usarla magari quando mi serve. Poverina! Immaginatela come un piccolo squishy, quei pupazzini di gomma con gli occhietti grandi che ti dicono: “Ma cosa ti ho fatto di male?”. E io rispondo: “Niente, dai, stai tranquilla, oggi non mi servi, ma magari mi servi domani”.
Per me questo è un cambio proprio di paradigma, perché ci toglie dal giudizio sulla parola, sul linguaggio. A volte io uso un linguaggio molto aspro, molto crudo, molto duro, con parole che l'universo della crescita personale definirebbe poco virtuose.
Io a volte oso dire in azienda “abbiamo un problema”, “esiste il fallimento”. Se prendi un coach di quelli addestrati con gli occhi della tigre, ti dice: “Non esiste fallimento, Paolo, solo feedback!”. No, esiste il fallimento. “Non ci sono problemi, Paolo, solo opportunità!”. No, a volte devi parlare di problemi perché, se il tuo scopo è prendere un'amigdala e svegliarla, quella è la parola giusta.
Quindi, ecco, questo è il primo concetto. Responsabilità di sicuro sempre: io devo sapere che sono io il responsabile di come va questa cosa che sta succedendo. O meglio, siamo corresponsabili, ma io mi metto nei panni del «faccio ampiamente la mia parte».
E poi ti aggiungo però: conoscenza. Conoscenza perché, se mi limito a pensare che servano e bastino le parole, ho un grande problema cognitivo. Quando entro in un posto del genere, la prima cosa che faccio è guardarmi intorno. Guardo i colori, guardo come saremo seduti, guardo come sei vestita, guardo le luci, guardo le altezze, guardo tutto e dico: in base a questo colore, per il tipo di obiettivo che ho, qual è la metafora perfetta?
Ecco, questo tipo di conoscenza, che poi è la embodied cognition, la cognizione incarnata, il sapere che siamo interconnessi, che il colore di queste pareti sta alterando la percezione del tuo cervello e del mio, mi permette di usare la parola giusta: giusta adesso, con te e per quello che stiamo facendo.
Che è una roba faticosissima, però poi diventa normale e passa. Dopo 50 anni diventa normale.