Sono fresca di trasloco. Non il mio: quello di mamma e papà, 77 e 80 anni. Arriva un momento della vita in cui pochi gradini ti separano dall’autonomia, e per continuare a vivere devi lasciare qualcosa. Per mamma la vera fatica è riordinare una vita di pensieri, emozioni e ricordi in cassetti e armadi diversi, mentre la memoria fa a botte con la quotidianità. Perché le case non sono solo muri: sono cuciture invisibili che tengono insieme la nostra storia.
Casa, per me, è una parola che abbraccia. Possono esserci la Bora, la pioggia, o 40 gradi che lì dentro troverò la giusta temperatura; felice al pensiero che la mia tuta e le mie pantofole dicano chi sono quando nessuno mi guarda o quando cucino per chi amo. E mentre penso ai miei genitori, penso anche a tutte le altre case: quelle che non esistono perché l’affitto è impossibile; quelle perdute sotto le bombe; quelle troppo strette per viverci e troppo costose per andarsene; quelle in cui ci si sente soli anche con tutto in ordine; quelle che diventano prigioni dove il silenzio pesa e la violenza si consuma. Case che si ricordano e case che si sopportano. E chi una casa non ce l’ha affatto, ma continua ostinatamente a cercarne una: un luogo dove il cuore smetta di essere in allarme.
Un semplice cambio di vocale ci ricorderebbe che la casa è una cosa. Eppure è tutto ciò che di più umano impariamo ad abitare. Non un luogo perfetto, ma dove ti senti al posto giusto.
Anche la grotta di Betlemme è stata una casa: la prima ad accogliere Gesù. Povera, essenziale, improvvisata. Riparava poco dal freddo, ma emanava un calore che veniva da dentro. Non aveva porte blindate, forse perché pensata per accogliere. E mi piace credere che è così tanto presente nei nostri presepi perché ci ricorda ancora oggi che ci sarà sempre una casa nel cuore del mondo per accogliere la dolcezza di una vita che nasce.
Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili, in uscita sul numero di dicembre 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".